Università

Lettera aperta del CUN sulla legge di stabilità

 

 

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Al Presidente del Consiglio dei Ministri

Matteo Renzi

 

 

Signor Presidente,

i mezzi di informazione hanno recentemente dato notizia che al taglio dal Fondo di Finanziamento Ordinario delle Università statali, previsto per il 2015 in circa 170 milioni di euro, se ne aggiungerà uno ulteriore nella prossima legge di stabilità, per corrispondere alle esigenze di contenimento della spesa pubblica.

Il Consiglio Universitario Nazionale, organo di rappresentanza del sistema universitario, desidera segnalarLe che l’Università e la Ricerca, settori strategici per il Paese, difficilmente potrebbero sopportare un’ulteriore contrazione di risorse senza collassare.

Il numero dei professori universitari di ruolo è sceso da 37.200 nel 2008 a 29.500 nel 2013, con una diminuzione di ben il 21%, provocando una contestuale riduzione e precarizzazione delle attività didattiche e di ricerca, affidate anche a personale non di ruolo. Altrettanto rilevante è la flessione che ha interessato tutte le altre figure professionali operanti negli Atenei. Al decremento delle spese per il personale non è corrisposta d’altro canto, una maggiore disponibilità di bilancio per spese di investimento e funzionamento. ll Fondo di Finanziamento Ordinario  è infatti passato nello stesso periodo da 7.351 a 6.544 milioni, con una diminuzione di ben 807 milioni.

Questi drastici tagli hanno ridotto la già modesta spesa per studente, indebolito la capacità competitiva dell’Italia nel contesto internazionale, reso più incerte le prospettive dei giovani ricercatori.

Quanto al numero degli studenti universitari la distanza che ci separa dalle medie europee è invece drammatica (47% delle classi di età a fronte di una media europea del 70%) e lo stesso può dirsi per il numero dei laureati (21% della fascia tra 25 e 34 anni a fronte di una media europea del 36%).

L’OCSE documenta come il migliore e più sicuro degli investimenti sia quello in formazione superiore, sia per il singolo sia per il Paese, perché assicura un ritorno economico molto superiore a quanto speso. L’Italia pretende giustamente di competere con i Paesi più avanzati, ma il troppo limitato accesso all’alta formazione rappresenta uno “spread della conoscenza” che si è già tradotto in seri problemi economici, politici e sociali.

Ciò nonostante l’Università italiana ha saputo attuare negli ultimi anni una profonda riorganizzazione interna, ha razionalizzato e ampliato i suoi impegni, si è sottoposta a stringenti esercizi di valutazione mantenendo alto, al contempo, il suo livello qualitativo. I ricercatori italiani, pari all’8% dei ricercatori europei, ottengono l’8% dei finanziamenti competitivi europei per la ricerca. L’Italia, penultima nell’Europa a 15 per numero dei ricercatori rispetto alla popolazione e per percentuale di PIL destinata alla ricerca, è nella media europea per numero di pubblicazioni e di citazioni per ricercatore, situandosi comunque al di sopra di Paesi come la Francia e la Germania, simili a noi per dimensioni e tradizioni, ma con investimenti molto maggiori in ricerca. Ridurre ulteriormente il numero dei ricercatori italiani aggraverebbe tra l’altro l’inarrestabile emigrazione all’estero dei giovani più preparati.

Il Consiglio Universitario Nazionale auspica che Scuola, Università e Ricerca siano considerate dal Suo governo gli assi portanti per un futuro migliore, poste al centro delle scelte politiche e sostenute con risorse e riforme adeguate.

 

 

           Il Consiglio Universitario Nazionale      

 

 

                                                          Roma, 15 ottobre 2014