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Il Consiglio di Stato sulla legittimità dei test d’ingresso universitari

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Con la sentenza n. 3173 del 2015 la sesta sezione del Consiglio di Stato si è pronunciata sull’ennesimo ricorso concernente l’accertamento del diritto all’immatricolazione universitaria di uno studente, escluso dal corso di studi a seguito del test d’ingresso.

Il ricorrente, nel caso di specie, non era riuscito a superare la prova per rientrare in graduatoria ed occupare uno dei dodici posti previsti dall’Università, in quanto una delle risposte al questionario era stata considerata errata. Lo studente contestava la formulazione del quesito che riteneva ambiguo ed inadeguato rispetto alle finalità del test d’ingresso.

Il TAR Emilia-Romagna ammetteva che il quesito contestato effettivamente potesse essere fonte di perplessità e tuttavia riteneva che dette perplessità andassero risolte con un esame più attento da parte del candidato, attraverso una rilettura atta a “rimeditare e ricercare” la risposta corretta.

Le argomentazioni del giudice di primo grado venivano censurate dal Consiglio di Stato: nel metodo e nel merito. Per il Collegio il giudice, in primo luogo “avrebbe dovuto, non potendo fare diversamente in presenza di un quesito di natura tecnico – scientifica, valutare se le censure del ricorrente fossero fondate dal punto di vista giuridico, se cioè il quesito fosse congruo e adeguato a svolgere la verifica dei candidati e se fosse coerente a non determinare incertezza in ordine alle risposte esatte“; in secondo luogo, non avrebbe tenuto conto “dell’impossibilità di procedere ad un esame più attento in ragione del tempo disponibile per ogni quesito“.

Coerentemente, ed a dispetto del TAR emiliano, il Consiglio di Stato ritiene di  potersi pronunciare “sul fatto che il quesito non era, sul piano di legittimità definito dal parametro della logicità manifesta, di chiara comprensibilità per la perplessità che suscita in mancanza di chiarezza e di elementi necessari per mettere a fuoco la richiesta, nonché per la stessa ambiguità delle risposte tra cui scegliere quella esatta“; ed infatti “a prescindere comunque dalla bontà scientifica della risposta fornita”, secondo il giudice di secondo grado “vi è un’oggettiva constatazione: quella di un’ambiguità della domanda che ha la potenzialità di ingenerare un errore, determinando incertezza in ordine alle risposte esatte, così come è avvenuto, dimostrandosi il quesito privo così di univoca coerenza cioè di un minimum legittimo di logicità“.

Non solo. Per i giudici di Palazzo Spada detto quesito “è pure incongruo, aleatorio e non rispondente alla finalità della selezione che è quella di accertare l’idoneità all’iscrizione all’Università e non quella del possesso di una preparazione universitaria tale da dominare la materia della genetica” considerato che “il test è diretto a studenti della scuola secondaria inferiore che hanno conseguito una preparazione sulla base dei programmi svolti in quest’ultima ed è, infatti, teso ad accertare la predisposizione degli studenti per le discipline oggetto del corso di laurea richiesto“.

Ne consegue l’accoglimento dei motivi di gravame e lo scioglimento della riserva inerente l’accesso al corso di laurea prescelto dal ricorrente.

Flavio Valerio Virzì

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