Diritti fondamentali

Una sentenza della CGUE su acquisizione della cittadinanza europea e reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina

curiaL’adesione di uno Stato all’Unione europea osta a che un altro Stato membro possa infliggere una sanzione penale a coloro che, prima di tale adesione, abbiano commesso il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina di cittadini del primo Stato?

La questione è stata affronta dalla Corte di Giustizia in una recente sentenza originata da un rinvio pregiudiziale del Tribunale di Campobasso. Nell’ambito di un procedimento penale a carico di alcuni cittadini italiani accusati di essersi adoperati per favorire l’immigrazione clandestina in Italia di cittadini rumeni prima dell’adesione della Romania all’Unione europea, il giudice rimettente si interrogava sul se, in considerazione dell’articolo 6 TUE, dell’articolo 49 della Carta di Nizza e dell’articolo 7 della CEDU, l’ingresso nell’UE abbia comportato l’effetto di abolire il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina in relazione a cittadini rumeni, e se il principio della retroattività della legge penale più favorevole debba applicarsi agli imputati nel procedimento principale.

È interessante notare come il governo italiano contestasse la ricevibilità delle questioni pregiudiziali, osservando che le norme di diritto dell’Unione invocate (in particolare, della direttiva 2002/90/CE, volta a definire il favoreggiamento dell’ingresso, del transito e del soggiorno illegali, oltre che dei trattati già richiamate) non sono applicabili a un caso quale quello oggetto del procedimento principale; le disposizioni nazionali, infatti, non rientrerebbero nell’ambito di applicazione del diritto dell’Unione. In relazione a tale aspetto, la Corte osserva come, «i procedimenti penali volti a reprimere il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, come quelli oggetto del procedimento principale, mirano ad assicurare l’attuazione di tale direttiva (n.d.r.: la direttiva 2002/90) e di tale decisione quadro (n.d.r.: la decisione quadro 2002/946)»; peraltro, i giudici di Lussemburgo soggiungono che le questioni pregiudiziali – vertendo in sostanza sull’incidenza dell’acquisizione dello status di cittadino dell’Unione – comportano necessariamente un’interpretazione del diritto dell’Unione. La Corte si dichiara, pertanto, competente a rispondere alle questioni pregiudiziali.

Nel merito, la Corte richiama la nota interpretazione in base alla quale i diritti fondamentali riconosciuti dalla CEDU, pur facendo parte del diritto dell’Unione in quanto principi generali, sono inclusi in un atto giuridico che non si risulta formalmente integrato nell’ordinamento giuridico dell’Unione – almeno fintanto che questa non vi abbia aderito. Assunti a riferimento gli articoli 6 TUE e 49 della Carta di Nizza, la Corte richiama l’argomentazione del giudice di rinvio in ordine alla modifica normativa determinata da variazione della legge extra-penale, stante il sopravvenuto atto di adesione della Romania all’Unione; tuttavia, la Corte osserva che nessuna disposizione di diritto dell’Unione consente di ritenere che «l’acquisizione della cittadinanza dell’Unione debba comportare il venir meno dell’infrazione commessa da imputati, come quelli nel procedimento principale»; ciò in quanto, tra l’altro, un’eventuale statuizione di segno contrario potrebbe incoraggiare fenomeni di immigrazione clandestina «non appena uno Stato abbia avviato il processo di adesione all’Unione, poiché i trafficanti avrebbero la garanzia di beneficiare successivamente dell’immunità. Lo scopo raggiunto sarebbe, quindi, contrario a quello perseguito dal legislatore dell’Unione». A giudizio della Corte, inoltre, la fattispecie contestata agli imputati deve ritenersi «integralmente e definitivamente realizzata prima dell’adesione della Romania all’Unione, il 1° gennaio 2007, e, a fortiori, prima dell’abolizione, il 1° gennaio 2014, delle ultime restrizioni relative alla libera circolazione dei lavoratori cittadini di detto Stato».

La Corte, pertanto, conclude nel senso che

l’articolo 6 TUE e l’articolo 49 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea devono essere interpretati nel senso che l’adesione di uno Stato all’Unione non osta a che un altro Stato membro possa infliggere una sanzione penale a coloro che, prima di tale adesione, abbiano commesso il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina di cittadini del primo Stato.

Giuseppe Sciascia