Beni culturali

I beni culturali in Italia (da roars.it)

 

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Per l’Europa i beni culturali non esistono, considerando le aree programmatiche di Horizon 2020. Il patrimonio culturale non può e non deve essere assoggettato o governato dall’”efficientismo”, che spesso è il contrario dell’efficienza. La tecnologia e l’innovazione nell’ambito della ricerca e la conservazione dei beni culturali diventano ausiliari e profondamente utili solo e soltanto se sostanziate da una approfondita e analitica conoscenza del bene in questione su cui intervenire. Senza un adeguato livello di conoscenza ciò a cui continueremo ad assistere sarà la distruzione progressiva del nostro territorio, del patrimonio culturale ed ambientale italiano.

Tratto dal sito roars.it

Per l’Europa i beni culturali non esistono, considerando le aree programmatiche di Horizon 2020 che, beninteso, trattano temi attuali e strategici. La parola chiave evocata da più parti è ormai “innovazione” e non si può fare ricerca senza fare innovazione; naturalmente accanto alla parola innovazione si deve necessariamente abbinare la parola “tecnologia” ed in questa catena logica concettuale presto si arriva ai concetti di velocità, efficienza e riproducibilità. Tali idee se applicate a contesti differenti possono essere veicolo di progresso per la società. Il punto è saper individuare gli ambiti giusti. Il patrimonio culturale e ambientale è costituito da beni immateriali che si possono conservare e valorizzare con vari strumenti e metodi, ma soprattutto di beni materiali (complessi archeologici, monumenti, centri storici, opere d’arte e artigianato) che devono essere conservati e mantenuti con interventi diretti, concreti, operati da professionalità specifiche; poi si possono valorizzare in vari modi, ma comunque con l’intento primario di sollecitare il contatto diretto e la fruizione concreta con relativi apporti economici legati alla cultura, alla formazione, al turismo. Il patrimonio culturale non può e non deve essere assoggettato o governato dall’”efficientismo”, che spesso è il contrario dell’efficienza. La tecnologia e l’innovazione nell’ambito della ricerca e la conservazione dei beni culturali diventano ausiliari e profondamente utili solo e soltanto se sostanziate da una approfondita e analitica conoscenza del bene in questione su cui intervenire.

La rete di servizi e l’apparato gestionale dovrebbero essere guidati dal principio di semplicità ed efficienza, col fine di rendere fruibile e pubblico nella destinazione d’uso ciò che pubblico lo è nella sua origine ed esistenza.

La volontà politica sul tema del patrimonio culturale non si discosta per nulla da quella posta sull’intero sistema dell’istruzione e della ricerca pubblica in Italia; l’unica differenza è che, per ora, l’attenzione posta sui beni culturali è minore in termini quantitativi. La logica è che tutto si trasformi in azienda e che quindi produca utili a breve o medio termine. I beni culturali invece essendo un patrimonio che se conservato non ha consumo, producono un utile continuo innanzitutto culturale nelle comunità che li possiedono, ma anche un utile economico imponente quasi mai immediato e diretto, ma che ritorna in maniera più che evidente nell’indotto. Il concetto di lungimiranza poco si coniuga col concetto di “made in Italy” che hanno i nostri governi. Le università si piegano a logiche governate da efficienza quantitativa dimenticando di premiare anche e soprattutto la qualità (vedi la distorsione dei significati dei concetti di meritocrazia e valutazione) e i beni culturali si piegano alla logica della monetizzazione più sfrenata.

Da un convegno del CNR nel 2012[1] è emerso che la percentuale dei beni culturali a noi noti, sia dai risultati delle ricerche che dai dati rivenienti dalle sovrintendenze, sia minore del 10 % di quanto è ancora esistente, visibile o ancora sotto terra. Questo 10% non è del tutto tutelato dagli organi preposti alla tutela (per carenza di organico e fondi) ed è valorizzato in minima parte spesso in modo generico.

Le professionalità formate in Italia atte a conoscere, gestire, conservare e valorizzare il patrimonio culturale sono assai qualificate, perché il livello di formazione in questo settore è molto alto, ma si continua a pensare che la gestione vada affidata ad esperti di economia aziendale o grandi manager di altrettanto grandi aziende. Il mondo della ricerca invece produce con continuità applicazioni tecnologiche di alto livello riferibili a questo settore, sia a supporto del livello conoscitivo che di quello operativo, con forte integrazione interdisciplinare.

Il numero degli interventi che agiscono o interferiscono col patrimonio culturale e ambientale è esponenziale; e non si pensi solo ai grandi interventi di restauro, ma soprattutto a quelle operazioni che si compiono quotidianamente nei nostri centri storici o sulle nostre coste, dal rifacimento della pavimentazione stradale alla pulitura di una facciata di un palazzo, alla creazione di di residenze estive. Tutto ciò che è operato ex-novo prevede una modificazione dell’esistente e di conseguenza la modificazione o la perdita materiale irreversibile del bene (comune) o del paesaggio; trattandosi di opere create dall’uomo in un determinato tempo ed in determinato spazio portano in se il valore della non riproducibilità. Proprio per tale ragione la logica che invece deve sottendere ad un qualunque tipo di azione sul territorio italiano che coinvolga parti più o meno consistenti del patrimonio culturale o ambientale, deve essere quella della programmazione realizzata sulla base un altissimo livello della conoscenza, analitico e sistematico. Per operare sul territorio si devono stabilire delle priorità, di rischio e sicurezza indubbiamente, di valorizzazione, attrazione turistica anche, ma senza un adeguato livello di conoscenza ciò a cui continueremo ad assistere sarà la distruzione progressiva del nostro territorio, del patrimonio culturale ed ambientale italiano.

Giovanna Occhilupo

Assegnista di ricerca IBAM CNR

Università del Salento

[1] I Beni che perdiamo, alzare il livello della conoscenza; CNR, Roma; Università del Salento, 2012