Diritti fondamentali

La Corte di Strasburgo nega il riconoscimento del figlio se non c’è legame biologico con i genitori

CEDU

Con sentenza 24 gennaio 2017, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo si è pronunciata sulla questione dell’utero in affitto e della possibilità di riconoscere un figlio anche in assenza di legame biologico con i genitori.

Questo, in estrema sintesi, il caso: una coppia di aspiranti genitori (italiani), dopo aver atteso invano e per anni di poter adottare un figlio in base al diritto italiano, aveva deciso nel 2010 di ricorrere alle tecniche di riproduzione assistita e, in particolare, a una madre surrogata. Si era così rivolta a una clinica russa, nella quale era riuscita a effettuare positivamente la fecondazione in vitro, a registrare il bambino così nato presso il competente ufficio di Mosca e a tornare in Italia.
Tuttavia un test del DNA, ordinato dal Tribunale dei Minori di Campobasso, a sua volta allertato dal Consolato italiano a Mosca, aveva rivelato come non ci fosse alcun legame biologico tra il bambino e il presunto padre. Conseguentemente, nell’ottobre 2011 il Tribunale aveva disposto che il bambino fosse affidato ai servizi sociali e sistemato in  una casa famiglia. La Corte d’Appello di Campobasso, investita della questione in secondo grado, statuì che poiché i richiedenti non erano i genitori biologici, il bambino doveva essere considerato “in stato di abbandono”. Difatti il Collegio, richiamando una risalente sentenza della Corte di Cassazione (n.1128/1992), ritenne applicabile al caso concreto la legge italiana sull’adozione (l.183/1984), escludendo così che potesse porsi un problema di mancanza di giurisdizione, come affermato dai richiedenti. Non vi fu ricorso in Cassazione.

Davanti alla Corte di Strasburgo i ricorrenti hanno lamentato l’incompatibilità tra le misure prese dalle autorità nazionali (allontanamento del bambino e affidamento a una casa famiglia) e il diritto al rispetto della vita privata e familiare, come tutelato dall’art. 8 CEDU. In particolare, la disposizione in questione prevede che “Non può esservi ingerenza di una autorità pubblica nell’esercizio di tale diritto a meno che tale ingerenza sia prevista dalla legge e costituisca una misura che, in una società democratica, è necessaria alla sicurezza nazionale, alla pubblica sicurezza, al benessere economico del paese, alla difesa dell’ordine e alla prevenzione dei reati, alla protezione della salute o della morale, o alla protezione dei diritti e delle libertà altrui” (par.2).
La Corte ha anzitutto negato che nel caso di specie si potesse configurare una lesione alla “vita familiare” dei ricorrenti, poiché di vita familiare si può effettivamente parlare quando ricorrano un insieme di condizioni (legame biologico con i genitori, durata della coabitazione, caratteristiche della relazione filiale) che, nel caso in esame, la Corte non ha ravvisato.
I giudici hanno invece ritenuto astrattamente possibile la lesione della “vita privata” dei ricorrenti per mano dell’autorità pubblica, atteso che il concetto di “vita privata” ha un’ampia estensione, includendo non solo l’integrità fisica e psicologica della persona e il diritto di stabilire e sviluppare relazioni con altri esseri umani, ma anche alcuni aspetti dell’identità fisica e sociale di un individuo, il diritto allo sviluppo della persona o all’autodeterminazione, nonché il diritto di decidere se avere o no un figlio. L’esame della Corte si è focalizzato sulla sussistenza dei presupposti giustificativi delle misure adottate dai giudici nazionali, per verificare se l’ingerenza nel diritto al rispetto della vita privata fosse legittima, in quanto “prevista dalla legge” e “necessaria” in una “società democratica” ai sensi dell’art. 8 par.2 summenzionato. I giudici hanno ritenuto che la decisione dei giudici nazionali di applicare al caso in esame la legge italiana sulle adozioni e di non tener conto del certificato di nascita emesso dalle autorità russe fosse corretta, in quanto compatibile con la Convenzione dell’Aja del 1961 che – limitando gli effetti legali del certificato di nascita straniero – è volta a preservare il diritto degli Stati firmatari all’applicazione delle proprie regole per dirimere i conflitti di legge (per l’Italia le disposizioni della l. 31.5.1995 n. 218 che rinviano, per il caso concreto, alla normativa italiana). La Corte si è spinta però oltre, affermando non solo che le misure adottate dall’autorità pubblica sono legittime perché “previste dalla legge”, ma anche perché perseguono il legittimo scopo di protezione del minore. E ancora, analizzando la “necessità” dell’adozione di simili misure in una “società democratica”, i giudici di Strasburgo hanno affermato la rilevanza, sufficienza e proporzionalità delle ragioni addotte a loro giustificazione rispetto agli scopi perseguiti in base al par. 2 dell’articolo 8. In particolare, nell’esaminare se i giudici nazionali avessero effettuato un corretto bilanciamento tra interessi pubblici e privati, la Corte europea ha riconosciuto la prevalenza dei primi, evidenziando che il divieto di adozioni private previsto dalla normativa italiana è strumentale alla tutela dei minori, poiché volto a evitare il rischio di pratiche illecite, quali il traffico di esseri umani. Quanto ai secondi, e in particolare agli interessi del minore, la Corte ha affermato la non irreparabilità del trauma causato dalla separazione, anche in considerazione dell’assenza di legame biologico con i ricorrenti, nonché del breve periodo di tempo trascorso assieme.

In conclusione i giudici di Strasburgo hanno statuito che, pur non sottostimando l’impatto che l’immediata e irreversibile separazione dal bambino deve aver avuto sulla vita privata dei ricorrenti,  l’interesse al loro sviluppo personale attraverso il mantenimento della relazione con il minore cede il passo al pubblico interesse in gioco, considerando vieppiù che il bambino non ha subito gravi e irreparabili danni. Per questi motivi la Corte europea non ha ritenuto violato l’art. 8 CEDU.

Maria Giulia Cutini

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