Diritti fondamentali

La Corte Costituzionale si pronuncia sul caso dell’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti

Con la sentenza n. 52 del 10 marzo 2016, la Corte Costituzionale si è pronunciata sulla nota vicenda delle trattative (mai aperte) tra il Governo italiano e l’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti (UAAR); più in particolare, la Consulta ha definito il conflitto di attribuzioni proposto dal Presidente del Consiglio dei ministri, in proprio e a nome del Consiglio dei ministri, nei confronti della Corte di Cassazione, sezioni unite civili, in relazione alla sentenza 28 giugno 2013, n. 16305.

Questi i fatti. Nel novembre 2003, l’UAAR aveva proposto ricorso innanzi al TAR Lazio chiedendo l’annullamento della delibera del Consiglio dei ministri del 27 novembre 2003, con la quale, recependo il parere dell’Avvocatura dello Stato, il Governo italiano decideva di non avviare le trattative finalizzate alla conclusione di un’intesa ai sensi dell’articolo 8, comma terzo, della Costituzione, ritenendo che la professione di ateismo non potesse essere assimilare ad una confessione religiosa, e che, come tale, non poteva accedere al regime previsto dalla ridetta disposizione costituzionale. Nel dicembre 2008, il giudice amministrativo dichiarava inammissibile – per difetto assoluto di giurisdizione – il ricorso proposto dall’UAAR, ritenendo che la determinazione impugnata aveva natura di atto politico, come tale non giustiziabile.

Riformando tale pronuncia, il Consiglio di Stato – successivamente adito dall’UAAR, con sentenza n. 6083 del 2011, affermava la giurisdizione del giudice amministrativo, ritenendo che la scelta relativa all’avvio delle trattative non aveva natura politica, bensì presentava i tratti tipici della discrezionalità valutativa come ponderazione di interessi. In particolare, il Consiglio di Stato osservava che l’accertamento circa la riconduzione dell’organizzazione richiedente alla categoria delle “confessioni religiose” non sarebbe stata insindacabile; inoltre, l’avvio delle trattative sarebbe stato obbligatorio qualora si pervenisse ad un giudizio di qualificabilità del soggetto istante come confessione religiosa, salva restando la facoltà del Governo di non addivenire alla stipula dell’intesa o di non tradurre in legge la medesima.

Il Consiglio dei Ministri proponeva ricorso ex art. 111, ultimo comma, della Costituzione, innanzi alle Sezioni Unite della Corte di Cassazione, sostenendo che il rifiuto di avviare le trattative per la conclusione dell’intesa fosse da qualificarsi esclusivamente come “atto politico” e, come tale, insindacabile. Le Sezioni Unite respingevano il ricorso, affermando che l’accertamento preliminare relativo alla qualificazione dell’istante come confessione religiosa costituisce esercizio di discrezionalità tecnica da parte dell’amministrazione, come tale sindacabile in sede giurisdizionale. Alla luce di una lettura congiunta del primo e del terzo comma dell’articolo 8 della Costituzione, la Corte affermava che l’attitudine di un culto a stipulare le intese con lo Stato non potesse essere rimessa all’assoluta discrezionalità del potere esecutivo, pena il sacrificio dell’eguale libertà fra confessioni religiose.

Nel sollevare conflitto di attribuzione innanzi alla Corte Costituzionale, il Governo riteneva non condivisibile le conclusioni formulate dalla Corte di Cassazione in ordine alla doverosità dell’avvio delle trattative per le conclusioni di un’intesa; in particolare, essendo l’articolo 8, comma terzo della Costituzione, norma sulle fonti, ed essendo assolutamente libera nel fine la funzione di indirizzo politico che la Costituzione assegna al Governo in materia religiosa, l’omesso esercizio della facoltà di iniziativa legislativa in materia religiosa doveva ritenersi rientrante tra le determinazioni politiche sottratte al controllo dei giudici comuni, sicché il Governo – nell’esercizio delle sue valutazioni politiche – era libero di non avviare alcuna trattativa.

La Corte Costituzionale ha accolto il ricorso del Consiglio dei ministri, affermando che “non spettava alla Corte di cassazione affermare la sindacabilità in sede giurisdizionale della delibera con cui il Consiglio dei ministri ha negato all’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti l’apertura delle trattative per la stipulazione dell’intesa di cui all’art. 8, terzo comma, della Costituzione”.

In parte motiva, la Consulta ha osservato che molteplici ragioni inducono a giudicare non fondata la tesi esposta nella sentenza delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione, e a far ritenere che, invece, alla luce di un ragionevole bilanciamento dei diversi interessi protetti dagli artt. 8 e 95 Cost., non sia configurabile – in capo ad una associazione che ne faccia richiesta, allegando la propria natura di confessione religiosa – una pretesa giustiziabile all’avvio delle trattative ex art. 8, terzo comma, Cost. A giudizio della Corte, spetta infatti al Consiglio dei ministri “al Consiglio dei ministri valutare l’opportunità di avviare trattative con una determinata associazione, al fine di addivenire, in esito ad esse, alla elaborazione bilaterale di una speciale disciplina dei reciproci rapporti”; di tale decisione il Governo può essere chiamato a rispondere solo politicamente e non in sede giudiziaria. Tuttavia, la Consulta ha precisato che “così come la valutazione riservata al Governo è strettamente riferita e confinata all’oggetto di cui si controverte nel presente conflitto, cioè alla decisione se avviare le trattative in parola – allo stesso modo l’atto di diniego di cui si ragiona non può produrre, nell’ordinamento giuridico, effetti ulteriori rispetto a quelli cui è preordinato. Tale atto – nella misura e per la parte in cui si fondi sul presupposto che l’interlocutore non sia una confessione religiosa, come avvenuto nel caso da cui origina il presente conflitto – non determina ulteriori conseguenze negative, diverse dal mancato avvio del negoziato, sulla sfera giuridica dell’associazione richiedente, in virtù dei principi espressi agli artt. 3, 8, 19 e 20 Cost. Le confessioni religiose, a prescindere dalla circostanza che abbiano concluso un’intesa, sono destinatarie di una serie complessa di regole, in vari settori. E la giurisprudenza di questa Corte afferma che, in assenza di una legge che definisca la nozione di “confessione religiosa”, e non essendo sufficiente l’auto-qualificazione, «la natura di confessione potrà risultare anche da precedenti riconoscimenti pubblici, dallo statuto che ne esprima chiaramente i caratteri, o comunque dalla comune considerazione», dai criteri che, nell’esperienza giuridica, vengono utilizzati per distinguere le confessioni religiose da altre organizzazioni sociali”. Ne consegue che l’atto di diniego all’avvio delle trattative, nella parte in cui nega la qualifica di “confessione religiosa” all’associazione richiedente, non produce ulteriori effetti e non può pregiudicare ad altri fini la sfera giuridica dell’associazione stessa.

Leggi la sentenza.

Giuseppe Sciascia