Giustizia e amministrazione

Discriminazioni su base etnica e verifiche rafforzate sull’identità: una pronuncia della CGUE

curiaLa richiesta avanzata da un intermediario creditizio a cittadini nati in uno Stato extra-UE ed extra-EFTA di documenti attestanti l’identità aggiuntivi rispetto a quelli chiesti a cittadini di uno Stato UE/EFTA costituisce una prassi integrante discriminazione diretta o, altrimenti, indiretta, ai sensi della Direttiva 2000/43/CE del Consiglio, del 29 giugno 2000, che attua il principio della parità di trattamento fra le persone indipendentemente dalla razza e dall’origine etnica?

Un cittadino di origini bosniache, residente in Danimarca dal 1993 e provvisto della cittadinanza danese dal 2000, decideva di acquistare un’autovettura utilizzando – in parte – un finanziamento concesso da un istituto di credito. Al fine di consentire a quest’ultimo una valutazione della domanda di prestito, il rivenditore d’auto trasmetteva, tra l’altro, una copia della patente di guida (danese) del richiedente, oltre che della consorte (co-intestataria); nelle stesse non era indicata la cittadinanza del titolare.

L’intermediario creditizio, constatando che uno dei richiedenti era nato in Bosnia Erzegovina, richiedeva, conformemente alle proprie procedure interne e come prova supplementare dell’identità, copia del passaporto o del permesso di soggiorno dell’interessato. Tale documentazione supplementare non era richiesta alla consorte che, secondo le indicazioni riportate sulla patente di guida, era nata in Danimarca.

L’interessato riteneva la richiesta dell’istituto di credito discriminatoria.

Adiva quindi la Commissione per la parità di trattamento danese, che gli riconosceva un indennizzo a titolo di discriminazione indiretta. Il Retten i Viborg (Tribunale distrettuale di Viborg, Danimarca) confermava tale decisione, ritenendo peraltro che l’interessato fosse stato oggetto di discriminazione diretta. Appellando tale decisione, l’intermediario evidenziava come la richiesta di un documento aggiuntivo era stata fatta in ragione degli obblighi su di esso incombenti in virtù della normativa sulla prevenzione del riciclaggio di capitali; il Vestre Landsret (Corte regionale dell’Ovest, Danimarca), investito della questione, sospendeva il procedimento e sottoponeva alla Corte le seguenti questioni pregiudiziali, relative all’interpretazione della Direttiva 2000/43/CE:

1) Se il divieto di discriminazione diretta a causa dell’origine etnica di cui all’articolo 2, paragrafo 2, lettera a), della direttiva debba essere interpretato nel senso che osta a una prassi come quella di cui trattasi nel presente procedimento, in base alla quale persone che non sono nate nei paesi nordici, in uno Stato membro, in Svizzera o in Lichtenstein sono trattate meno favorevolmente delle persone che si trovano in una situazione equivalente e che sono nate nei paesi nordici, in uno Stato membro, in Svizzera o in Lichtenstein.

2) In caso di risposta negativa alla prima questione, se tale prassi comporti una discriminazione indiretta a causa dell’origine etnica ai sensi dell’articolo 2, paragrafo 2, lettera b), della direttiva 2000/43, a meno che essa sia oggettivamente giustificata da una finalità legittima e i mezzi impiegati per il suo conseguimento siano appropriati e necessari.

3) In caso di risposta affermativa alla seconda questione, se tale prassi possa essere giustificata, in linea di principio, in quanto mezzo appropriato e necessario per salvaguardare gli obblighi rafforzati di adeguata verifica della clientela previsti dall’articolo 13 della direttiva» 2005/60/CE, relativa alla prevenzione dell’uso del sistema finanziario a scopo di riciclaggio dei proventi di attività criminose e di finanziamento del terrorismo.

Nell’esaminare i primi due quesiti, i giudici europei verificano, in primo luogo, se una prassi quale quella dell’istituto di credito comporti una disparità di trattamento fondata sull’origine etnica, ai sensi dell’articolo 2 della direttiva 2000/43. In forza di tale articolo, infatti, il principio della parità di trattamento comporta che non sia praticata alcuna discriminazione, diretta o indiretta, basata su uno dei motivi di cui all’articolo 1 di tale direttiva. Ai sensi della stessa, più in particolare, «sussiste discriminazione diretta quando una persona, a causa della sua razza o della sua origine etnica, è trattata meno favorevolmente di un’altra che si trova in una situazione analoga»; sussiste invece una discriminazione indiretta quando «una disposizione, un criterio o una prassi apparentemente neutri possono mettere persone di una determinata razza od origine etnica in una posizione di particolare svantaggio rispetto ad altre persone, a meno che tale disposizione, criterio o prassi siano oggettivamente giustificati da una finalità legittima e i mezzi impiegati per il suo conseguimento siano appropriati e necessari».

La Corte decide quindi di affrontare la questione valutando se il paese di nascita debba essere considerato direttamente o indissolubilmente legato a una determinata origine etnica.

Richiamando quanto affermato al punto 46 della sentenza del 16 luglio 2015, CHEZ Razpredelenie Bulgaria, C‑83/14, la Corte rileva che «la nozione di “origine etnica” deriva dall’idea che i gruppi sociali sono caratterizzati in particolare da una comunanza di nazionalità, fede religiosa, lingua, origine culturale e tradizionale e ambiente di vita»; trattasi di elencazione non esaustiva dei criteri, essendo peraltro preceduta dall’espressione «in particolare», sicché non è escluso che il riferimento al paese di nascita possa rientrarvi. Tuttavia, prosegue la Corte, «anche qualora ciò si verificasse, si deve necessariamente constatare che esso sarebbe soltanto uno dei fattori specifici che consentono di concludere che una persona appartiene ad un gruppo etnico, e non sarebbe, sotto tale profilo, in alcun modo determinante». E infatti, a parere della Corte, l’origine etnica non può essere determinata «sulla base di un solo criterio, ma deve, al contrario, fondarsi su una pluralità di elementi, alcuni dei quali di natura oggettiva, altri di natura soggettiva. Peraltro, è pacifico che il paese di nascita non può sostituire, in via generale e assoluta, tutti i criteri».

Nella controversia principale, il luogo di nascita è stato in effetti l’unico criterio che ha indotto la Commissione per la parità di trattamento e il Tribunale di prima istanza ad affermare che la prassi dell’istituto di credito costituiva una discriminazione fondata sull’origine etnica. In conseguenza, il requisito supplementare di identificazione controverso nel procedimento principale, «ammesso che possa integrare un “trattamento sfavorevole”, non può [comunque] essere considerato direttamente fondato sull’origine etnica». D’altro canto, soggiunge la Corte, la direttiva 2000/43 non concerne le differenze di trattamento basate sulla nazionalità.

Da ciò consegue che la prassi di imporre a un individuo la cui patente di guida indica un luogo di nascita situato in un paese che non è membro dell’Unione europea o dell’EFTA, un requisito supplementare di identificazione mediante la presentazione di una copia del suo passaporto o del suo permesso di soggiorno, «non implica che nei confronti della persona interessata sussista una disparità di trattamento direttamente fondata sulla sua origine etnica»: la risposta al primo quesito è, dunque, sostanzialmente negativa.

Nel vagliare la questione intorno al se tale medesima prassi costituisca una discriminazione indiretta fondata sull’origine etnica, la Corte si propone di valutare se la stessa, ancorché formulata in modo neutro, «possa mettere le persone di una determinata razza od origine etnica in una posizione di particolare svantaggio rispetto ad altre». Richiamando la già citata sentenza CHEZ Razpredelenie Bulgaria, la Corte osserva che l’espressione «particolare svantaggio» fa riferimento a circostanze in cui «sono in particolare le persone di una determinata origine etnica a trovarsi svantaggiate per via della misura in questione». Dinanzi alla corte rimettente, la difesa del cittadino di origini bosniache aveva sostenuto che tale prassi avvantaggerebbe le persone di «origine etnica danese», in quanto non sarebbero soggette all’obbligo in questione; la Corte, tuttavia, rileva che tale obbligo si applica indistintamente a tutte le persone nate fuori da uno Stato membro dell’Unione e da uno Stato membro dell’EFTA, e osserva che «una discriminazione indiretta può presentarsi quando l’applicazione di una misura nazionale, pur formulata in modo neutro, di fatto sfavorisce un numero molto più elevato di titolari della caratteristica personale protetta che di persone che non la possiedono».

L’esistenza di un trattamento sfavorevole non può essere accertata in maniera generale e astratta, bensì, nota ancora la Corte, in modo specifico e concreto, in riferimento al trattamento favorevole in questione. Ne consegue che «non può essere accolto l’argomento secondo il quale l’uso del criterio neutro di cui al procedimento principale, relativo al paese di nascita, avrebbe, in generale, maggiori probabilità di incidere negativamente su persone di una «[determinata] origine etnica» rispetto «ad altre persone». Lo stesso vale per l’argomento secondo il quale l’utilizzo di tale criterio svantaggerebbe le persone la cui origine etnica è riconducibile ad un paese che non è membro dell’Unione europea o dell’EFTA».

Da tali elementi la Corte conclude osservando che «una prassi, come quella di cui al procedimento principale, non implica l’esistenza, nei confronti della persona interessata, di una disparità di trattamento indirettamente fondata sull’origine etnica». In altre parole, la prassi contestata si fonda su un criterio che non è né direttamente né indirettamente collegato all’origine etnica dell’individuo, sicché non determina una disparità di trattamento fondata sulla stessa.

La Corte, in conclusione, e omessa l’analisi del terzo quesito in ragione delle argomentazioni svolte, dichiara, che:

L’articolo 2, paragrafo 2, lettere a) e b), della direttiva 2000/43/CE del Consiglio, del 29 giugno 2000, che attua il principio della parità di trattamento fra le persone indipendentemente dalla razza e dall’origine etnica, deve essere interpretato nel senso che non osta alla prassi di un istituto di credito, che impone al cliente la cui patente di guida indica un luogo di nascita situato in un paese che non è membro dell’Unione europea o dell’Associazione europea di libero scambio un requisito di identificazione supplementare, mediante la presentazione di una copia del suo passaporto o del suo permesso di soggiorno.

Giuseppe Sciascia