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La Corte costituzionale torna sul reddito del pubblico impiego

 

 

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La Corte costituzionale si è pronunciata  ancora una volta sulle misure di contenimento della spesa del pubblico impiego, contenute nel decreto-legge 31 marzo 2010, n. 78 (Misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e di competitività economica), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 30 luglio 2010, n. 122. In questo caso, i ricorrenti erano alcuni Ufficiali della Guardia di Finanza: con ordinanza del 24 luglio 2013, il Tar Lazio lamentava la violazione degli art. 2, 3, 36, 53 e 97 della Costituzione.

La Corte dichiarato non fondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 9, comma 21, del citato decreto-legge n. 78/2010, nella parte in cui prevede, per le categorie – di cui all’art. 3 del d.lgs. n. 165/2001 – alle quali si applica un meccanismo di progressione automatica degli stipendi, che “gli anni 2011, 2012 e 2013 non sono utili ai fini della maturazione delle classi e degli scatti di stipendio previsti dai rispettivi ordinamenti” e che “le progressioni di carriera comunque denominate eventualmente disposte negli anni 2011, 2012 e 2013 hanno effetto, per i predetti anni, ai fini esclusivamente giuridici“.

La Corte, nel richiamare le esigenze straordinarie di contenimento della spesa pubblica che hanno imposto allo Stato di compiere simili scelte, si sofferma sulla insussistenza della lesione dell’affidamento del cittadino alla certezza giuridica e non ritiene integrata una forma di disparità di trattamento (rispetto al personale che abbia raggiunto il grado superiore o maturato l’anzianità prima del 2011). Richiama, a tal fine, i precedenti orientamenti, contenuti in modo approfondito, in particolare, nelle sentenze n. 304 e 310 del 2013.

 

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