Recensioni e segnalazioni

The Exercise of Public Authority by International Institutions

Armin von Bogdandy, Rüdiger Wolfrum, Jochen von Bernstorff, Philip Dann, Matthias Goldmann (eds.) The Exercise of Public Authority by International Institutions. Advancing International Institutional Law, Heidelberg, Springer, 2010, p. 1005, Isbn: 9783642045301.

Con l’avvio della globalizzazione, numerosi studiosi si sono cimentati — e sono tutt’ora impegnati — nell’ambiziosa impresa di trovare il modo più appropriato per inquadrare, comprendere e spiegare le implicazioni giuridiche dei fenomeni ultrastatali (basti leggere già M. Shapiro, Globalization of Law, 1 Ind. J. Global Legal Stud. 37 (1993) e, più di recente, J.-B. Auby, La globalisation, le droit, l’Etat2, Paris, L.g.d.j., Paris, 2010, S. Cassese, The Global Polity, in Id., The Global Polity. Global Dimensions of Democracy and the Rule of Law, Sevilla, Editorial Derecho Global/Global Law Press, 2012, 11 ss., e M.R. Ferrarese, Prima lezione di diritto globale, Roma-Bari, Laterza, 2012). D’altra parte, il diritto internazionale è apparso molto presto inadeguato per poter vincere, da solo, questa sfida. E ciò non solo a causa delle ormai oltre 65.000 organizzazioni internazionali (negli anni Ottanta erano meno di 15.000, secondo i dati dell’Yearbook of International Organizations13, pubblicato dall’Uia, http://www.uia.be/yearbook-international-organizations-online) dal momento che la proliferazione delle istituzioni ultrastatali è studiata, in realtà, sin dal 1860 (F.F. Martens, Le droit international actuel des peuples civilises, 3 vols, 1883; P. Kazansky, Théorie de l’administration international, 9 Revue Générale de Droit International Public (1902) 353, e P. Reinsch, International Administrative Law and National Sovereignty, 3 AJIL (1909) 1; di recente, si leggano C. Möllers et al. (eds.) Internationales Verwaltungsrecht, Tubingen, Mohr Siebeck, 2007, e J.E. Alvarez, International Organizations as Law-makers, Oxford, Oxford University Press, 2005, specialmente 17 ss.). L’insufficienza del diritto internazionale quale unico settore di riferimento è dovuta, principalmente, alla necessità — imposta dalla dimensione dei problemi legati alla globalizzazione — di adottare un approccio interdisciplinare, sia tra la scienza giuridica e le altre scienze (quali quella economica o politica) sia tra i diversi rami del diritto stesso. Eppure anche questo non è un fenomeno totalmente nuovo, se si pensa che, già nel 1949, Vittorio Emanuele Orlando osservò che il diritto internazionale avrebbe potuto trarre grande vantaggio da «un confronto con nozioni ed istituzioni di diritto pubblico interno. Il che, per altro, non può sorprendere, poiché le affinità di esso col diritto pubblico internazionale sono più evidenti e più intime. Sarebbe in primo luogo di tanto più interessante questa affinità riscontrare precisamente nel grado di sviluppo storico che questi varii ordini di studio giuridico son venuti percorrendo, per cui mentre il diritto internazionale appare imperfetto verso altri rami più adulti, il diritto pubblico interno apparisca alla sua volta minus quam perfectum in confronto con un diritto storicamente assai più antico e più perfettamente elaborato, con un sistema giurisdizionale, come il private» (V.E. Orlando, La crisi del diritto internazionale, in Rass. dir. pubbl., 1949, I, 1 ss., qui 32 s.). Proprio tale impostazione è, essenzialmente, alla base di questo imponente volume pubblicato nel 2010 dal Max-Planck-Institut für ausländisches öffentliches Recht und Völkerrecht di Heidelberg: l’idea, in fondo, che la cd. global governance possa essere esaminata «from a public law perspective which is centered around the concept of international public authority and relies on international institutional law for the legal conceptualization of global governance phenomena» (Prefazione, V).

I cinque curatori — Armin von Bogdandy, Rüdiger Wolfrum, Jochen von Bernstorff, Philip Dann, Matthias Goldmann — sono ben consapevoli che, richiamando uno dei concetti cardine del diritto pubblico — quello di autorità — per trattare profili di diritto internazionale, da un lato, si inseriscono nel solco di una solida tradizione (della quale Orlando è solo uno tra i numerosi esponenti) ma, dall’altro, si addentrano nel più periglioso campo di battaglia della scienza giuridica contemporanea, ossia l’inquadramento teorico della global governance (si v. Public Governance in the Age of Globalization, ed. by K.-H. Ladeur, Aldershot, Ashgate 2004, e Taming Globalization: Frontiers of Governance, ed. by D. Held e M. Koenig-Archibugi, London, Polity Press, 2003). Per questa ragione, sin dalle prime pagine del libro, i curatori marcano la distinzione tra la propria Weltanschauung e quella seguìta da altri progetti, come quello sul diritto amministrativo globale (sul global administrative law: B. Kingsbury, R.B. Stewart e N. Krisch, The Emergence of Global Administrative Law, 68 Law and Contemporary Problems (2005) 15-62; il sito del progetto è http://www.iilj.org/GAL, su cui possono trovarsi i Symposia pubblicati in 68: (3-4) L. & Contemp. Probs. (2005); 37(4) N.Y.U. J. Intl. L. & Pol. (2005); 17 Eur. J. Intl. L. 1 (2006); 6 International Organizations L. Rev. (2009); infine, possono vedersi S. Cassese et al. (eds.) Global Administrative Law: Cases, Materials, Issues3, 2012, e G. Anthony et al (eds.) Values in Global Administrative Law, Oxford, Hart, 2011) e quello sul costituzionalismo globale (C.E.J. Schwöbel, Global Constitionalism in International Legal Perspective, The Hague, Martinus Nijhoff, 2011, Ruling the World? Constitutionalism, International Law, and Global Governance, ed. by J.L. Dunoff and J.P. Trachtman, Cambridge, Cambridge University Press, Cambridge, 2009, e J. Klabbers, A. Peters e G. Ulfstein, The Constitutionalization of International Law, Oxford, Oxford University Press, 2009, e la rivista Global Constitutionalism, pubblicata dal 2012 dalla Cambridge University Press (editoriale su Global constutionalism: Human Rights, democracy and the rule of law, by A. Wiener, A.F. Lang Jr., J. Tully, M. Poiares Maduro e M. Kumm). Di conseguenza, i curatori, nonostante condividano «the aim to better understand and develop the law relating to international governance activities with recent streams of legal research such as the Global Administrative Law movement, the research of an emerging international administrative law, as well as the debate surrounding the constitutionalization of international law», ritengono che una sintesi di «these approaches is best suited to provide a meaningful framework for analysis and critique. The legal framework of governance activities of international institutions should be conceived as international institutional law, and enriched by a public law perspective, i.e. with constitutional sensibility and openness to comparative insights from administrative legal thinking» (così A. von Bogdandy, P. Dann e M. Goldmann, Developing the Publicness of Public International Law: Towards a Legal Framework for Global Governance Activities, 3 ss., qui 5 s).

Anche se si può non essere d’accordo con alcune delle premesse teoriche di questo lodevole progetto scientifico — un raro esempio di come la quantità possa a volte essere accompagnata anche dalla qualità (il volume conta circa 1000 pagine) — non può non riconoscersi che il metodo seguito dai curatori per mettere insieme i 35 contributi raccolti nel libro è stato altamente «democratico» e ha consentito di dare spazio non solo agli studiosi che hanno partecipato al progetto del Max Planck, ma anche ai suoi «oppositori». Ciò è stato possibile grazie a un seminario internazionale, svoltosi a Heidelberg nel 2008, in cui i contributi sono stati presentati e commentati da discussants, le riflessioni dei quali sono anch’esse pubblicate nel volume (una precedente versione dei contributi è invece uscita in 9 German Law Journal (2008) Issue 11): il risultato è stato che alcuni discussants non hanno risparmiato critiche, anche aspre, verso l’idea di «international public authority» su cui il progetto si fonda. Questo libro, dunque, è un’eccellente «mostra» sull’analisi giuridica della globalizzazione, in cui i curatori presentano i propri capolavori, senza tuttavia omettere di esporre lavori prodotti da altre scuole, di diversa, se non opposta, veduta. Il successo di questa iniziativa, peraltro, ha consentito al Max Planck di intraprendere, immediatamente dopo, un altro ambizioso progetto, incentrato sulle «International Judicial Institutions as Law Makers» (12 German Law Journal (2011) Special Issue: Beyond Dispute: International Judicial Institutions as Lawmakers, ed. by A. von Bogdandy and I. Venzke).

Per quanto riguarda la struttura, il volume è diviso in quattro parti. La prima illustra le basi concettuali del volume e contiene 4 articoli di grande interesse: due saggi e due commenti. La seconda parte — che si sviluppa per una buona metà del libro — è dedicata a 16 approfonditi casi di studio, con un commento. La terza si compone di 7 illuminanti analisi trasversali e 5 commenti. La quarta e ultima parte esamina il contesto di riferimento, con due contributi incentrati sulla dimensione sopranazionale del diritto amministrativo.

La lettura della prima parte (intitolata «Concept») è determinante ai fini della comprensione dell’intero progetto scientifico. Nel saggio introduttivo, von Bogdandy, Dann e Goldmann illustrano le linee essenziali di questa impresa, evidenziando i punti di forza e di debolezza dei modelli interpretativi che dominano lo studio della global governance, le carenze di quest’ultima sotto l’aspetto propriamente giuspubblicistico e la opportunità di focalizzarsi sull’esercizio della «international public authority». Gli autori riconoscono che «the policies of several institutions of global governance are questioned and, often enough, perceived as more or less legitimate», talché, per far fronte a «such claims of illegitimacy», essi invocano un «workable concept of public authority». Secondo von Bogdandy, Dann e Goldmann, adottare questa impostazione consente di identificare meglio «those international activities that determine other legal subjects, curtail their freedom in a way that requires legitimacy and therefore a public law framework». Essi definiscono quindi «authority as the legal capacity to determine others and to reduce their freedom, i.e. to unilaterally shape their legal or factual situation. An exercise is the realization of that capacity, in particular by the production of standard instruments such as decisions and regulations, but also by the dissemination of information, like rankings. The determination may or may not be legally binding. It is binding if an act modifies the legal situation of a different legal subject without its consent. A modification takes place if a subsequent action which contravenes that act is illegal». Ad ogni modo, essi rilevano che «the concept of authority needs to be conceived in a broader way than this rather traditional definition. The capacity to determine another legal subject can also occur through a non-binding act which only conditions another legal subject. This is the case whenever that act builds up pressure for another legal subject to follow its impetus» (p. 11 s.).

Nel formulare questa tesi, gli autori prendono spunto da altre impostazioni fondate sul diritto pubblico e sul diritto amministrativo, in quanto essi, a ragione, ritengono che un «full development of international law as public international law appears hardly feasible without building on national administrative legal insights and doctrines elaborated in the past century» (p. 24). Naturalmente, però, «this does not advocate drawing all too simple ‘domestic analogies': the differences between domestic institutions and international institutions are too important» (questo stesso punto, del resto, è sottolineato da più parti: D. Sarooshi, The Role of Domestic Public Law Analogies in the Law of International Organizations, 5:2 International Organizations (2008) 237 ss., e B. Kingsbury e L. Casini, Global Administrative Law Dimensions of International Organizations Law, 6:2 International Organizations (2009) 319). E tale assunto costituirebbe, ad avviso degli autori, la principale differenza tra il loro approccio e quello seguito dal global administrative law, che essi considerano «too ‘global': it risks to efface or to blur distinctions essential to the construction, evaluation and application of norms concerning public authority». Al punto che gli autori si domandano «What would be the overarching legal basis of a global administrative law. Would it be general principles? Or would it have a status of its own, above positive law? The notion of global administrative law implies a fusion of domestic administrative and international law that does not give consideration to the fact that international legal norms and internal norms possess a categorically different ‘input legitimacy': state consent versus popular sovereignty, according to the classical understanding. A global approach thus glosses over and threatens to obscure this fundamental difference» (p. 24 s.).

In conclusione, e dopo aver esaminato la distinzione tra i c.d. «external approaches» e i c.d. «internal approaches» nello studio della global governance, gli autori sottolineano che «constitutional, administrative and international institutional law approaches to global governance (and, thus, international institutions) share the aim of understanding, framing and taming the exercise of international public authority in the post-national constellation», ma nessuna di queste impostazioni contesterebbe realmente «the decline of the Westphalian order. They rather aim at rendering the exercise of international public authority more efficient and legitimate». Di qui verrebbe la ragione per cui «these three internal approaches can be combined, using international institutional law as the basis for a framework of the exercise of public authority» e il «law of international institutions can place the analysis of the exercise of international public authority on a firm disciplinary basis. This assumption also rests on a degree of skepticism towards establishing an entirely new field of global or international administrative law» (p. 26).

Si potrebbero esporre numerosi argomenti in risposta a questa impostazione, e molti di essi sono presentati in modo cristallino nei due commenti al saggio di von Bogdandy, Dann e Goldmann. Il primo commento, di Stefan Kadelbach, esamina il diritto amministrativo oltre lo Stato e conferma le potenzialità del diritto internazionale (pubblico) nell’analizzare i fenomeni ultrastatali: da questo punto di vista, il caso delle sanzioni comminate dall’Onu in materia di anti-terrorismo sono un ottimo esempio di come una prospettiva fondata sul diritto pubblico possa essere utilmente impiegata in ambito internazionale. Il secondo commento, di Stephan Leibfreid, assume invece toni molto critici verso il progetto del Max Planck. Esaminandone gli aspetti più rilevanti, infatti, il commentatore mette in luce le debolezze, prima tra tutte la portata troppo ristretta della nozione di «public authority», che lascerebbe il diritto transnazionale e i regimi internazionali privati «out in the cold». Si può del resto rilevare che forse il progetto del Max Planck non avrebbe dovuto insistere eccessivamente sulla necessità di tracciare una netta linea di distinzione tra la sfera internazionale e la sfera nazionale, necessità che porta gli autori sino a fraintendere parzialmente il significato del termine «globale» (e quello di global administrative law): tale concetto, infatti, non implica tanto una «fusione», come essi suggeriscono, quanto la coesistenza, l’interazione e il costante dialogo tra diritto internazionale, diritto transnazionale e diritto nazionale in ogni ambito (istituzionale, normativo, procedurale). Oggi, d’altra parte, questa coesistenza appare inevitabile perché, per essere certi di quali fenomeni possano essere definiti rispettivamente come internazionali, nazionali o entrambi occorrerebbe «una scienza occulta», come nella «Kakania» descritta da Musil, un nome formato dalle lettere iniziali dei due aggettivi usati per definire l’impero Austro-ungarico: kaiserlich (imperiale) e königlich (regio); sicché la Kakania era al contempo «kaiserlich-königlich» (k-k, o «imperial-regia») e «kaiserlich und königlich» (k & k, o «imperiale e regia») ed era impossibile riuscire sempre a «distinguere con certezza a quali istituzioni toccasse l’appellativo di imperial-regio e a quali quelli di imperiale e regio».

Il quarto e ultimo contributo della prima parte del libro è un approfondito saggio di Ingo Venzke sulle burocrazie internazionali, esaminate nella prospettiva della scienza politica. L’autore applica le nozioni di «agency» e di «authority» al caso delle «international bureaucracies», analizzando l’autonomia di queste burocrazie rispetto agli Stati e trattando un argomento centrale del diritto delle organizzazioni internazionali con le lenti dell’esercizio della «public authority». In tal modo, l’autore contestualizza molti degli aspetti illustrati nel saggio introduttivo del volume, come ad esempio il riferimento a concetti propri del diritto pubblico interno e le differenze tra il livello internazionale e quello domestico.

La seconda parte del libro contiene 16 studi che analizzano le modalità di esercizio della «public authority» da parte delle organizzazioni internazionali da quattro diverse prospettive: 1) quella degli strumenti indirizzati a singoli individui, come nei casi delle sanzioni comminate dall’Onu ai membri di Al-Qaeda (di C.A. Feinäugle) della registrazione dei marchi effettuata dalla Wipo (di K. Kaiser) della determinazione dello status di rifugiato da parte dell’Unhcr (di M. Smrkoly) delle linee guida dell’Ocse per le imprese multinazionali (G. Schuler) delle misure adottate dall’Interpol (di B. Schöndorf-Haubold); 2) quella degli strumenti indirizzati ai singoli Stati, come nei casi del sistema di controllo delle emissioni regolato dal Protocollo di Kyoto (di P.L. Láncos) del regime Unesco per la protezione del patrimonio culturale mondiale (di D. Zacharias, con un breve commento di U. Mager) dell’Alto commissario per le minoranze nazionali (di A. Farahat) dei principi fondamentali per la tutela dei lavoratori contenuti nella Dichiarazione dell’Oil del 1998 (E. De Wet) e del Comitato dell’Omc sul commercio dei servizi finanziari (di J. Windsor); 3) quella degli atti a contenuto generale, come nei casi del sistema dell’Omc (di I. Feichtner) della Convenzione sul commercio internazionale delle specie di fauna e flora minacciate di estinzione (Cites) (di C. Fuchs) del Codice della Fao per la pesca responsabile (J. Friedrich) e della Codex Alimentarius Commission (di R. Alfonso Pereira); 4) quella degli strumenti di diritto privato (anche se, in questa ipotesi, il titolo reca un punto interrogativo alla fine) come nei casi dell’Internet Corporation for Assigned Names and Numbers (Icann) (di M. Hartwig) e dell’International Commission on Holocaust Era Insurance Claims (Icheic) (di S. Less).

Le prime due sezioni di questa parte sono articolate in tre sottosezioni, dedicate ognuna a un tipo di strumento adottato dalle organizzazioni internazionali (Decisions, Recommendations, Information); la terza sezione si compone di due sottosezioni (secondary law e international public standards); la quarta non ne ha alcuna. Non è possibile in questa sede esaminare nel dettaglio tutti questi contributi, che rappresentano uno strumento molto prezioso per comprendere l’organizzazione e il funzionamento di numerose istituzioni internazionali. Inoltre, la prospettiva del diritto pubblico adottata dagli autori mette in luce aspetti sinora trascurati dalla letteratura giuridica, specialmente nelle ipotesi di esercizio di «public authority» nei confronti di singoli individui (come nel caso della attribuzione dello status di rifugiato). L’analisi dei casi selezionati permette anche di inquadrare in modo efficace tutte le implicazioni giuridiche prodotte dai regimi internazionali, con riguardo sia al ruolo degli Stati (come nel caso della Convenzione Unesco per la protezione del patrimonio mondiale, proprio per questo studiata a fondo anche da altri autori: S. Battini, The procedural side of legal globalization: The case of the World Heritage Convention, 9:2 Int J Constitutional Law (2011) pp. 340-368) sia alla disciplina delle fonti del diritto (come nel caso della Wto e del Codex Alimentarius).

La terza parte del libro (intitolata «Cross-Cutting Analysis») contiene alcuni tra i contributi più rilevanti scritti negli ultimi anni in materia di diritto delle organizzazioni internazionali. Con un’accurata analisi trasversale, infatti, sono presi in esame sette argomenti centrali in materia di global governance: normatività e fonti del diritto (di M. Goldmann, con un commento di J. Klabbers); i principi generali della international public authority (di A. Von Bogdandy, con un commento di S. Cassese); il processo decisionale delle organizzazioni internazionali (di J. Von Bernstorff, con un commento di C. Tietje che richiama anche il saggio di M. Smrkoly sulla «UNHCR’s status determination»); i poteri autoritativi delle istituzioni ultrastatali (di V. Roben, con un commento di D. Hanschel); accountability and judicial review (di E. De Wet); le forme di amministrazione composita a livello internazionale (di A. Von Bogdandy, con un breve commento di U. Mager); il problema della legittimazione e l’esercizio di funzioni amministrative in ambito internazionale (di R. Wolfrum).

Ognuno di questi saggi contribuisce in modo significativo allo studio delle organizzazioni internazionali, sia ricostruendo in termini originali problemi tradizionali (come quello della normatività) sia colmando alcune lacune della scienza giuridica internazionale (come nel caso del processo decisionale delle istituzioni ultrastatali, la cui analisi può trarre grande ausilio dal diritto pubblico e dal diritto amministrativo). Come nella prima parte del libro, i commenti ad alcuni dei saggi rappresentano un pregevole controcanto al progetto del Max Planck. Da questo punto di vista, meritano particolare menzione i commenti di Klabbers e di Cassese. Il primo compie una lucida analisi della dottrina sulle fonti del diritto internazionale, soffermandosi sui (molti) pregi e i (pochi) limiti del saggio di Goldmann sul tema. Cassese illustra invece i principali caratteri del diritto amministrativo globale, non solo in risposta all’articolo di Bogdandy sui principi generali, ma anche per sfatare il (falso) «mito» della legittimazione spesso invocato contro la global governance.

La quarta e ultima parte del libro (intitolata «Context») contiene due saggi sull’amministrazione internazionale. Il primo, di Eberhard Schmidt-Aßmann, esamina «The Internationalization of Administrative Relations as a Challenge for Administrative Law Scholarship» (l’articolo è la traduzione dello scritto Die Herausforderung der Verwaltungsrechtswissenschaft durch die Internationalisierung der Verwaltungsbeziehungen, 45 Der Staat 315 (2006)). Ad avviso di Schmidt-Aßmann, «the internationalization of administrative activity means processes of an administrative nature extending beyond national administrative borders, either because they have evolved beyond such borders or because they were, from the outset, conceived without consideration of such borders» (p. 945). Il diritto amministrativo internazionale, dunque, può essere definito come «the administrative law originating under international law. It involves processes of reshaping national law and reconstructing international law; these processes resemble Europeanization in their structures (but not in their mechanisms)»; di conseguenza, in continuità con gli studi sul diritto amministrativo europeo, l’autore propone «three main functional circles» per il diritto amministrativo internazionale così come ridefinito: «it is a body of law governing international administrative institutions, a body of law determinative of national administrative legal orders, and a body of law on cooperative handling of specific associative problems» (p. 961) (su questi temi, si leggano ora E. Chiti e B.G. Mattarella (eds.) Global Administrative Law and EU Administrative Law. Relationships, Legal Issues and Comparison, Heidelberg-Dordrecht-London-New York, Springer, 2011). Il secondo saggio, di Giacinto della Cananea, è intitolato «Procedural Due Process of Law Beyond the State», ma ha un oggetto più ampio (si v. Id., Al di là dei confini statuali. Principi generali del diritto pubblico globale, Bologna, il Mulino, 2009). L’articolo tratta le due domande principali poste dall’esercizio della public authority a livello internazionale: una è se «the traditional dichotomy between public law within and outside the state still makes sense»; l’altra è se «there are at least some common principles of procedures shared by most (if not all) legal orders» (p. 965-966). Rispondendo in senso affermativo a entrambe le domande, l’Autore evidenzia la crescente importanza assunta dalle garanzie procedimentali in ambito internazionale, il che consente di identificare un principio di «due process» oltre lo Stato.

In conclusione, la lettura di questo volume pare obbligatoria per gli studiosi di diritto internazionale così come di diritto pubblico, costituzionale e amministrativo. L’impostazione basata sulla public authority fornisce un efficace inquadramento dei problemi giuridici posti dalla sempre più intensa attività delle organizzazioni internazionali. Come osservato, infatti, questo approccio può far riferimento alla importante tradizione del diritto pubblico (così come avviene per il diritto amministrativo globale: S. Battini, Amministrazioni senza stato. Profili di diritto internazionale, Milano, Giuffrè, 2003, Id., Amministrazioni nazionali e controversie globali, Milano, Giuffrè, 2007, e B. Kingsbury e M. Donaldson, Global Administrative Law, in Max Planck Encyclopedia of International Law, Oxford, Oxford University Press, 2011, ad vocem) e può essere utilmente applicato a numerosi aspetti della global governance (come ad esempio mostra il volume curato da K. Davis et al., Governance by Indicators. Global Power through Classification and Rankings Oxford, Oxford University Press, 2012, in particolare il capitolo di A. von Bogdandy e M. Goldmann, Taming and Framing Indicators: A Legal Reconstruction of the OECD’s Programme for International Student Assessment (PISA)).

Il progetto del Max Planck, però, presenta anche qualche limite, il principale dei quali è forse dato dal fatto che un’impostazione fondata sulla public authority è necessariamente parziale e potrebbe non essere quella più indicata per spiegare una larga parte dei fenomeni ultrastatali, specialmente quelli legati ai regimi internazionali di natura ibrida pubblica e privata o interamente privata: il che non può sorprendere, perché l’approccio basato sulla public authority è divenuto parziale anche a livello nazionale, dove le amministrazioni pubbliche da tempo adottano soluzioni di diritti privato in numerosi settori. Non è un caso, quindi, che gli stessi curatori abbiano ritenuto necessario inserire nel progetto due casi di private governance: l’interazione tra sfera pubblica e sfera privata è elemento essenziale per comprendere i fenomeni giuridici globali e non può essere tralasciata (basti pensare alla regolazione dei mercati finanziari). Nello spazio giuridico globale, infatti, quel che appare decisivo non sembra essere tanto il concetto di autorità, quanto quello di potere, perché il potere «can be exercised through authoritative means (such as the ‘command and control’ models familiar from domestic administrative systems) but also through agreements, contracts, incentives, standards and guidelines» (S. Cassese, Is There a Gobal Administrative Law?, p. 766). Sotto questo profilo, il diritto amministrativo globale può offrire probabilmente una visione più ampia, soprattutto se inteso come diritto comprensivo di tre diverse «anime»: il diritto internazionale, il diritto delle organizzazioni internazionali e il diritto delle amministrazioni pubbliche quando queste operano oltre lo stato.

La prospettiva adottata dal libro può rivelarsi, dunque, molto proficua laddove sia integrata con i modelli interpretativi delineati da altri progetti scientifici, come quelli sul diritto amministrativo globale e sul costituzionalismo globale o anche quello, più recente, dell’informal international law making (J. Pauwelyn, R. Wessel, J. Wouters (eds.) Informal International Lawmaking: Mapping the Action and Testing Concepts of Accountability and Effectiveness, Oxford, Oxford University Press, 2012). Ciò aumenterebbe ancor di più la già eccellente qualità di quest’opera, sicuramente una delle più importanti prodotte negli ultimi anni nel settore del diritto pubblico e delle organizzazioni internazionali.

Lorenzo Casini

(pubblicata in Riv. trim. dir. pubbl. n. 2/2012)