Recensioni e segnalazioni

Sabino Cassese, Governare gli italiani. Storia dello Stato

 

Governare gli italiani. Storia dello Stato

Sabino Cassese, Il Mulino, Bologna, 2014, p. 414, € 28

«Siamo tutti scontenti dello Stato italiano. Governi e opinioni pubbliche delle altre nazioni europee …, governanti nazionali …, governati …, burocrati …, alta dirigenza …». Inizia così l’ultimo libro di Sabino Cassese. Il lettore teme di trovarsi di fronte all’ennesimo pamphlet che lamenta e denuncia i dislivelli di statualità e la dissonanza rispetto ai processi di costruzione statale delle altre ‘nazioni civili’. Ma non è così. Quella che Cassese ci offre, raccogliendo, ordinando, integrando una messe di ricerche che, all’insegna della “storia come compagna necessaria del diritto”, hanno da sempre accompagnato la sua attività di giurista, è un’autentica storia dello Stato italiano.

Al centro della trattazione restano le ambiguità, le incompiutezze, le fragilità e quindi le insoddisfazioni di ieri, come di oggi. La deprecatio temporum lascia però immediatamente il posto ad un’indagine ravvicinata, per grandi tematiche, che individua di volta in volta i cicli, i periodi, e quindi le ragioni profonde, strutturali, delle continuità e delle fratture, restituendo la complessità e l’individualità storica degli assetti istituzionali.

Il lettore è quindi posto, innanzi tutto, di fronte all’imponente sforzo ed alle grandi priorità del momento fondativo (pp. 48 e ss.), chiamato nel giro di pochi anni, con il completamento dell’unificazione politica ancora in corso, a superare l’antico ordine plurale ed a sostituirvi un inedito assetto unitario. L’allargamento dello spazio politico è bruciante. Scompaiono le antiche patrie. L’unificazione cancella un’intera geografia politica; disegna, ora per la rappresentanza politica, ora per la burocrazia, ora infine per gli apparati militari, nuovi confini nazionali, mai prima sperimentati; interpreta le ambizioni del nascente capitalismo e rapidamente getta le basi di un vero mercato nazionale e delle relative istituzioni economiche.

Certo, la campana non viene fusa tutta d’un pezzo. Si costruisce lo Stato prima della Nazione. Il divario tra Italia legale ed Italia reale – Stefano Jacini è in grado di misurarlo con estrema lucidità già all’indomani dell’unificazione – costituisce una zavorra insopportabile e mai interamente rimossa; mina le basi di legittimazione della classe politica; ne rende instabile e precario il rapporto con la società; apre un valzer di leggi elettorali (qui ricostruito con finezza ed analiticità, pp. 65 e ss.), che ancor oggi non ha trovato un punto di pacificazione. Così, lo “strapotere del centro” (p. 89), gli imperativi di uniformità, persino il sistematico impiego delle forze armate per motivi di ordine pubblico, dettati dalle esigenze di tenuta di una compagine nazionale che riunisce in una crisalide fragilissima territori, popoli, istituzioni, profondamente diversi e divisi, non riesce ad impedire il “centro vuoto” (p. 343), le fragilità dell’esecutivo, la frequenza delle crisi ministeriali e delle rivoluzioni parlamentari, indotte da una “costituzionalizzazione debole”.

La storia dello Stato si avvia e quindi si svolge attraverso una serie di contrappunti, di contraddizioni, di ambiguità. Deficit pesanti di statualità, eppure, anche proprio per questo, frequenti rotture autoritarie, già nell’Italia liberale. Ritardato sviluppo capitalistico e di nuovo, proprio per questo, pesante interventismo pubblico, nelle linee di un dirigismo che pure si coniuga con la fuga dallo Stato, la privatezza dello Stato industriale (qui ricostruito con un brillante profilo di sintesi, pp. 247 e ss.), l’accidentata e pur in ogni caso realizzata costruzione dello Stato sociale. Pesanti condizionamenti, dalle guerre perdute, analizzate in pagine inedite (p. 207 e ss.) ed inconsuete di storia delle istituzioni militari, alla questione romana, alle difficili relazioni tra Chiesa e Stato. Fragilità ed ambiguità che non si dissolvono e che tendono al contrario a permanere, diventando “caratteri costanti della storia dello Stato”, riassunti in un amaro bilancio conclusivo (pp. 327 e ss.). Solo i giuristi, aggiungendo ulteriori contraddizioni, cercheranno di colmare il debito di statalità, attraverso un «forte statalismo ideologico, condito da teorie dello Stato nate in Germania» (p. 29), quasi orgogliosi di poter iniziare a mettersi al passo con i grandi modelli dello State building europeo. (Bernardo Sordi)

Pubblicata in Giornale di diritto amministrativo, n. 7/2014