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Una sentenza della Corte di Giustizia sugli obblighi di integrazione civica

 

La Corte di Giustizia si è recentemente pronunciata sugli obblighi di integrazione civica e sulla possibilità di sanzionare il mancato adempimento degli stessi da parte di cittadini di paesi terzi che abbiano acquisito lo status di soggiornanti di lungo periodo. L’occasione è stata fornita da una questione pregiudiziale sollevata dal Centrale Raad van Beroep, massimo organo della giustizia amministrativa olandese, chiamato a pronunciarsi sulla legittimità dell’imposizione a due cittadine extra-comunitarie, in possesso di regolari permessi di soggiorno a tempo indeterminato per soggiornanti di lungo periodo, di un obbligo d’integrazione civica consistente nel superamento dell’esame di integrazione civica previsto dal diritto olandese. Pur ritenendo tale obbligo fondato sull’articolo 5(2) della direttiva 2003/109 relativa allo status dei cittadini di paesi terzi che siano soggiornanti di lungo periodo, il Centrale Raad van Beroep revocava in dubbio la liceità di misure che, dopo la concessione dello status di soggiornante di lungo periodo, ponessero condizioni d’integrazione costituite da un esame di integrazione civica, peraltro presidiate da un sistema di ammende.

 

CVRIA.eu

 

In via preliminare, la Corte di Giustizia ha osservato che l’obbligo di integrazione civica previsto dal diritto olandese, e costituito dal superamento di un esame per dimostrare l’acquisizione di capacità di espressione orale e scritta nella lingua neerlandese e di una conoscenza sufficiente della società olandese, non rappresenta una condizione per ottenere né per conservare lo status di soggiornante di lungo periodo, determinando unicamente l’irrogazione di un’ammenda a carico di colui che, alla scadenza del termine stabilito, non avesse superato il citato esame. La Corte rileva che l’articolo 5(2) della direttiva 2003/109 consente agli Stati membri di esigere che i cittadini di paesi terzi soddisfino le condizioni di integrazione previste dalla legislazione nazionale, a ciò subordinando l’ottenimento dello status di soggiornante di lungo periodo: la norma predetta fa dunque riferimento a condizioni d’integrazione che possono essere richieste anteriormente alla concessione di tale status. Poiché, come detto, l’obbligo di integrazione civica imposto dal diritto olandese non condiziona né l’ottenimento né la conservazione dello status di soggiornante di lungo periodo da parte dei cittadini di paesi terzi che hanno richiesto questo status nel periodo tra il 1° gennaio 2007 e il 1° gennaio 2010, ne consegue che lo stesso non può essere qualificato come una condizione di integrazione ai sensi dell’articolo 5(2) della direttiva 2003/109: in conseguenza, tale norma di per sé non osta a una legislazione nazionale che imponga a cittadini di paesi terzi l’adempimento di obblighi di integrazione successivi all’ottenimento dello status di soggiornante di lungo periodo.

La Corte ha inoltre affrontato un secondo punto – rilevato dallo stesso tribunale rimettente – concernente la possibile sussistenza di una disparità di trattamento fra cittadini di paesi terzi che abbiano acquisito lo status di soggiornanti di lungo periodo, e cittadini dello Stato membro interessato, in potenziale contrasto con il principio sancito dall’articolo 11(2) della direttiva 2003/109. La Corte osserva che mentre si può presumere che i cittadini nazionali dispongano delle competenze e conoscenze valutate con l’esame di integrazione, lo stesso non vale per cittadini di paesi terzi, sicché occorre considerare che la situazione dei cittadini di paesi terzi non è – in concreto – analoga a quella dei cittadini nazionali. La disomogeneità tra le situazioni considerate comporta l’insussistenza di una disparità di trattamento tra cittadini di paesi terzi soggiornanti di lungo periodo e cittadini nazionali.

La Corte ha tuttavia richiamato l’attenzione sulle modalità di applicazione di tale obbligo di integrazione civica, osservando che queste ultime non devono contravvenire al principio di non discriminazione, e che gli Stati membri non possono applicare una normativa nazionale che privi la direttiva del suo effetto utile, ossia l’integrazione dei cittadini di paesi terzi stabilitisi a titolo duraturo negli Stati membri. Ciò anche tenuto conto del livello di conoscenze richieste per superare l’esame di integrazione civica, dell’accessibilità ai corsi e al materiale necessario per preparare questo esame, degli importi applicabili ai cittadini di paesi terzi a titolo di costi d’iscrizione per sostenere detto esame o della presa in considerazione di circostanze individuali particolari, come l’età, l’analfabetismo o il livello di istruzione.

Osservando che l’acquisizione di una conoscenza tanto della lingua quanto della società dello Stato membro ospitante facilita la comunicazione tra i cittadini di paesi terzi e i cittadini nazionali, favorendo lo sviluppo di rapporti sociali tra gli stessi e l’accesso da parte dei cittadini di paesi terzi al mercato del lavoro e alla formazione professionale, la Corte asserisce che, nei limiti in cui l’obbligo di superare un esame, come quello in discussione, permette di assicurare l’acquisizione da parte dei cittadini di paesi terzi interessati di conoscenze che risultano incontestabilmente utili per stabilire legami con lo Stato membro ospitante, occorre rilevare che tale obbligo, di per sé, non compromette la realizzazione degli obiettivi perseguiti dalla direttiva 2003/109, ma può viceversa contribuire alla loro realizzazione.

Infine, con riferimento al sistema di ammende previste dal diritto nazionale, la Corte ha ritenuto che l’irrogazione di un’ammenda ai cittadini di paesi terzi soggiornanti di lungo periodo che, spirato il termine stabilito, non siano riusciti a superare l’esame di integrazione civica, quale mezzo per assicurare l’effettività dell’obbligo di integrazione civica a cui essi sono soggetti, non compromette, di per sé, la realizzazione degli obiettivi perseguiti dalla direttiva 2003/109 e, pertanto, non priva quest’ultima del suo effetto utile. La Corte ha tuttavia osservato che l’irrogazione di un’ammenda non è il solo effetto negativo subìto dai cittadini di paesi terzi che non riescano a superare l’esame entro il termine stabilito, dovendosi ricomprendere anche i costi relativi al sostenimento dell’esame stesso, interamente posti a carico dell’esaminando. In tale contesto, la Corte ha rimesso al giudice del rinvio il compito di verificare se il pagamento di ammende e dei costi relativi agli esami effettuati possano compromettere la realizzazione degli obiettivi perseguiti dalla direttiva 2003/109 e, pertanto, privarla del suo effetto utile.

Alla luce di tali considerazioni, la Corte conclude dichiarando che “la direttiva 2003/109 e, in particolare, gli articoli 5, paragrafo 2, e 11, paragrafo 1, della stessa non ostano ad una normativa nazionale, come quella di cui al procedimento principale, che imponga ai cittadini di paesi terzi che godano già dello status di soggiornanti di lungo periodo l’obbligo di superare un esame di integrazione civica, a pena di ammenda, a condizione che le sue modalità di applicazione non siano tali da compromettere la realizzazione degli obiettivi perseguiti dalla citata direttiva, circostanza che spetta al giudice del rinvio verificare. Il fatto che lo status di soggiornante di lungo periodo sia stato ottenuto prima che sorgesse l’obbligo di superare un esame di integrazione civica oppure dopo è irrilevante a tale riguardo”.

Il testo integrale della sentenza può essere scaricato qui.

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Giuseppe Sciascia

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