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Il Tar torna sulle abilitazioni nel settore scolastico

 

Tar Lazio, sez. III-bis, 30 giugno 2015, n. 8767, 8769, 8773

 

 

Il Tar Lazio, con le tre pronunce segnalate, si esercita sulle procedure abilitative speciali, alla progressione e alla valorizzazione professionale del personale della scuola.

Un ampio numero di ricorrenti impugna al Tribunale amministrativo del Lazio diversi decreti degli Uffici Scolastici Regionali del Miur (per il Lazio, la Basilicata, l’Abruzzo, ecc.), aventi a oggetto i requisiti per la partecipazione ai corsi speciali per il conseguimento dell’abilitazione all’insegnamento.

La vicenda giudiziaria è nota: il Consiglio di Stato, infatti, ha recentemente annullato l’art. 2, co.1 , del decreto del Miur n. 58/2013, laddove escludeva dai corsi speciali “i docenti in servizio con rapporto di lavoro a tempo indeterminato, in qualsiasi ordine e grado di scuola statale” (sez. IV, 27 aprile 2015, n. 2138).

 

Il tema, nuovamente dedotto dinanzi al Giudice di prime cure, rileva sul piano organizzativo e di tutela del personale, con particolare riferimento a quello precario.

 

Con riguardo al dato organizzativo, in questione è un sistema formativo para universitario, come quello basato sulle Scuole di specializzazione – SSIS, sui Tirocini formativi attivi – TFA e sui Percorsi abilitanti speciali – PAS), che ancora non è stato sostituito da un sistema prettamente concorsuale rispettoso dell’art. 97 Cost., che consenta la valorizzazione e la diversificazione e professionale, anche tramite acquisizione di ulteriori titoli.

 

Con riferimento al personale, il Tar (sent. n. 8773) richiama expressis verbis il pronunciamento di Palazzo Spada, che, ricostruendo la storia dell’istituto e della relativa interpretazione pretoria (in particolare, Ad. Plen. n. 13/1996), giunge a mettere l’accento sulla finalità delle norme (da ultimo, i d.l. n. 97/2004). Contrariamente agli arresti precedenti, le norme, nella lettura offerta, affiancano, all’intento di eliminare il “precariato” nel settore scolastico, anche quello di valorizzare gli insegnanti di ruolo interessati a conseguire abilitazioni ulteriori. Nonostante la differente posizione, il trattamento – ai fini delle abilitazioni – deve essere il medesimo, in quanto una penalizzazione di questi ultimi costituirebbe una discriminazione alla rovescia.

Conseguentemente, pur nella necessità di tutelare il personale a tempo determinato rispetto a quello a tempo indeterminato (e richiamando, sul punto, non solo la direttiva n. 1999/70/Ce, ma anche la Carta di Nizza) si giunge a una graduzione delle forme di protezione e – sembra – a una differenziazione delle situazioni ispirate a un criterio di ragionevolezza. La tutela del personale precario, infatti, non viene meno in sé (né potrebbe accadere, poste le chiarissime indicazioni che provengono da Lussemburgo a partire dal caso Papalia), ma solo laddove possa generare una deminutio – ingistificata, perché basata sugli stessi presupposti – del personale di ruolo che ambisca ugualmente alla realizzazione di un percorso professionale serio e oggettivo.

 

Nelle sentenze n. 8767 e 8769, viene anche in discussione il rispetto dei requisiti per l’abilitazione e, in particolare, l’aver prestato servizio per un periodo di 180 giorni nella classe per cui l’abilitazione è richiesta. Con censura specifica, in particolare, si deduce l’illegittimità dell’articolo 1, co. 3, del D.D.G. M.I.U.R. n.58/2013, che correla il requisito predetto a un unico anno scolastico.

Come ricordano a Piazzale Flaminio, questa censura è già stata affrontata dalla giurisprudenza, che l’ha rigettata (ex multis, Tar Lazio – Roma, sez. III bis, n. 5817/2014 del 29.05.2014). Il Tar, quindi, respinge i relativi motivi di ricorso, anche considerando inapplicabile il c.d. “principio di assorbimento”, di cui all’articolo 4, co. 2-bis, del d.l. n. 115/2005 (convertito in legge n. 168/2005), ai sensi del quale “[c]onseguono ad ogni effetto l’abilitazione professionale o il titolo per il quale concorrono i candidati, in possesso dei titoli per partecipare al concorso, che abbiano superato le prove d’esame scritte ed orali previste dal bando, anche se l’ammissione alle medesime o la ripetizione della valutazione da parte della commissione sia stata operata a seguito di provvedimenti giurisdizionali o di autotutela”. Per il Tar, infatti, “il suddetto principio non è pacificamente applicabile, per espressa disposizione normativa, in caso di carenza dei requisiti di partecipazione al concorso (cfr., nei termini, T.A.R. Lazio – Roma, sez. III bis, n. 6018/2015 del 27 aprile 2015)”.

 

Queste due pronunce (le citate sent. n. 8767 e 8769) sono interessanti anche sul piano processuale.

Il Collegio, infatti, si sofferma sul ricorso collettivo (nella prima si trattava, ad esempio, di 132 ricorrenti), ricordando come, “per giurisprudenza costante, nel processo amministrativo il ricorso collettivo è ammissibile esclusivamente nel caso in cui i ricorrenti agiscono a tutela di posizioni del tutto analoghe tra di loro; e infatti, il ricorso collettivo deroga al principio secondo il quale ogni domanda fondata su interesse legittimo deve essere fatta valere dal singolo titolare della situazione soggettiva con separata azione con la conseguenza che, ai fini della sua ammissibilità, occorre, da un lato, il requisito negativo dell’assenza di conflitto di interessi, dall’altro, che vi sia identità di situazioni sostanziali e processuali, ossia che le domande giurisdizionali azionate con un unico ricorso siano tra di loro tutte identiche nell’oggetto, che gli atti impugnati abbiano il medesimo contenuto e, infine, che vengano censurati per i medesimi motivi (cfr., da ultimo, Cons. Stato, sez. V, 21.6.2013, n. 3418), mentre, nel caso in esame, non esiste la predetta necessaria identità di posizioni sostanziali fatte valere tra i n. 132 ricorrenti, atteso che, pacificamente, il ricorso raggruppa tre diverse categorie di soggetti, rispetto alle cui posizioni si possono ipotizzare soluzioni ermeneutiche diverse del bando impugnato (Consiglio di Stato, sezione IV, 22 gennaio 2014, n. 306)”.

 

Si conferma come sia la identità delle posizioni – sostanziali e processuali, a ulteriore testimonianza della contiguità tra i due piani – a costituire l’elemento necessario per riconoscere l’utilizzabilità di tale strumento.

 

Bruno Carotti

 

 

Leggi le sentenze n. 8767/2015, 8769/2015, 8773/2015

 

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