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Risoluzione delle crisi bancarie: il decreto legge 183/2015 e i recenti provvedimenti

 

 

Domenica 22 novembre, il Consiglio dei ministri ha approvato il decreto legge n. 183 recante disposizioni urgenti per il settore creditizio, entrato in vigore in data odierna a seguito della pubblicazione in Gazzetta ufficiale. Il provvedimento completa il quadro degli interventi normativi che hanno consentito il recepimento, nel nostro ordinamento, del nuovo quadro normativo europeo in materia di gestione delle crisi bancarie, mediante l’approvazione dei decreti legislativi nn. 180 e 181 del 16 novembre 2015; esso realizza la prima azione di risoluzione nell’ordinamento bancario italiano secondo uno schema che prevede, in luogo del coinvolgimento diretto di risorse finanziarie pubbliche (bail out), la partecipazione dei market players e l’assorbimento primario delle perdite accumulate dagli enti in crisi tramite azzeramento delle azioni e delle obbligazioni subordinate.

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In estrema sintesi, il decreto legge contiene le norme procedimentali necessarie ad agevolare la tempestiva ed efficace implementazione delle procedure di risoluzione di quattro banche – Cassa di risparmio di Ferrara, Banca delle Marche, Banca dell’Etruria e del Lazio e Cassa di Risparmio di Chieti – mediante i) l’istituzione di quattro newco, ii) l’imposizione di obblighi di contribuzione al Fondo nazionale di Risoluzione a carico di tutti gli istituti di credito nazionali, e iii) la definizione del quadro fiscale relativo alle imposte differite attive rinvenienti dall’intera operazione.

La risoluzione degli enti sopra citati è stata avviata con i provvedimenti del 21 e 22 novembre 2015, approvati dal Ministero dell’economia e delle finanze – a seguito del formale avallo da parte della Commissione europea – contestualmente all’emanazione del decreto legge. Tali provvedimenti hanno disposto la sottoposizione a risoluzione delle quattro banche secondo un programma che prevede, in buona sostanza, i) la nomina degli organi speciali della procedura, ii) l’approvazione dello statuto degli enti-ponte (newco), iii) la riduzione integrale delle riserve, del capitale rappresentato da azioni e del valore nominale di alcune passività a copertura delle perdite provvisoriamente quantificate relative alle banche in crisi, iv) la cessione di tutti i diritti, attività e passività di queste ultime a favore delle costituende newco, con la sola esclusione delle azioni e delle obbligazioni subordinate, come detto interamente azzerate, e v) la cessione delle sofferenze dalle quattro newco ad un’unica bad bank, ossia una “società veicolo per la gestione delle attività” responsabile per la gestione di crediti deteriorati di tutte e quattro le banche in risoluzione e svalutati in via provvisoria a 1,5 miliardi dall’originario valore di 8,5 miliardi.

Il decreto legge 183 consta di quattro articoli che consentono di realizzare le diverse operazioni sopra menzionate con l’obiettivo di assicurare la tutela dei depositanti e degli investitori, e prevenire eventuali distorsioni negative sulla stabilità finanziaria ed economica conseguenti all’avvio della resolution.

L’articolo 1 del decreto sancisce la costituzione di quattro società per azioni con sede legale presso la Banca d’Italia. Come anticipato, le newco fungeranno da enti-ponte per le quattro banche in risoluzione, sicché gestiranno beni e rapporti giuridici di queste ultime con l’obiettivo di mantenere la continuità delle funzioni essenziali precedentemente svolte dalle stesse, e predisporre le migliori condizioni per una successiva cessione a terzi (a prezzi di mercato e con contestuale retrocessione dei ricavi al Fondo di risoluzione) delle partecipazioni al capitale, dei diritti, delle attività e delle passività acquistate. Il capitale sociale delle quattro newco, costituito da 10.000.000 di azioni per ciascuna società per un valore complessivamente pari a 1,815 miliardi di euro, è sottoscritto dal Fondo nazionale di risoluzione; i relativi statuti sono stati approvati con i richiamati e coevi provvedimenti della Banca d’Italia, contestualmente ad altre misure previste dalla legge quali, tra l’altro, l’individuazione della strategia e del profilo di rischio, la nomina dei vertici, l’attribuzione di deleghe e la fissazione delle remunerazioni.

L’articolo 2 del decreto impone alle banche con sede legale in Italia e alle succursali italiane di banche extracomunitarie di versare nella misura determinata dalla Banca d’Italia i contributi al Fondo di risoluzione nazionale successivamente all’entrata in vigore del Meccanismo di risoluzione unico (1° gennaio 2016), nell’ipotesi in cui i contributi ordinari e straordinari già versati non siano sufficienti a coprire le obbligazioni, le perdite i costi e le altre spese a carico del Fondo e determinati dalle misure previste dai Provvedimenti di avvio della risoluzione.

Infine, l’articolo 3 del decreto legge regola le modalità di applicazione alle quattro newco della disciplina fiscale in materia di imposte differite attive: in particolare, a decorrere dalla data di avvio della risoluzione si prevede la trasformazione in credito di imposta delle attività per imposte anticipate relative ai componenti negativi iscritte nella situazione contabile di ciascun ente soggetto a risoluzione.

A prima lettura, tre aspetti meritano di essere posti in evidenza. In primo luogo, la soluzione prescelta è stata adottata anteriormente all’avvio del meccanismo unico di risoluzione, ciò comportando, tra l’altro, la conduzione di serrati negoziati con la Commissione europea al fine di verificare la compatibilità dell’operazione rispetto alla disciplina in materia di aiuti di stato, ossia al di fuori della cornice e della scansione temporale specificamente prevista, all’uopo, nel regolamento 806/2014. Il ricorso al Fondo di risoluzione previsto dal decreto 180 ha consentito tanto di superare i dubbi circa la paventata (e quanto mai dubbia) incompatibilità tra la disciplina in materia di aiuti di stato e l’uso delle risorse del Fondo interbancario di tutela dei depositanti, quanto di scongiurare l’uso dello strumento del bail-in, con i conseguenti eventuali prelievi (a cascata) su obbligazionisti garantiti e depositanti con liquidità superiore a 100.000 euro. In secondo luogo, il concreto avvio dell’intera operazione comporterà la partecipazione iniziale di tre grandi banche private, che anticiperanno una parte della liquidità necessaria al Fondo di risoluzione in attesa del versamento delle quote dovute da tutte le banche italiane ed extracomunitarie con succursale in Italia. Infine, la celerità dell’operazione ha rivelato l’importanza di forti meccanismi di coordinamento tra tutti gli attori istituzionali e non istituzionali coinvolti, posta la necessità di agire in un arco di tempo molto limitato e a mercati chiusi, in un’ottica di prevenzione di imprevedibili bank run e di primaria tutela degli interessi dei depositanti che si innesta in una fase di delicata e fragile ripresa del sistema creditizio nazionale.

La redazione IRPA

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