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Per il Tribunale di Roma i campi rom sono discriminatori

 

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Il Tribunale di Roma, sezione II, con ordinanza del 4 giugno 2015 si è pronunciata sull’azione civile ex art. 44 d.lgs n. 286 del 1998, “Testo unico sull’immigrazione” (TUI), promossa dall’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI) per l’accertamento del carattere discriminatorio del comportamento del Comune di Roma Capitale concretizzatosi nella prosecuzione dei lavori di ultimazione ed assegnazione del campo nomade denominato “La Barbuta”.

Presso tale campo – situato tra il Comune di Roma ed il Comune di Ciampino – nel 1995 con un’ordinanza sindacale erano state trasferite le comunità di circa 250-300 cittadini rom e sinti precedentemente stanziatesi nel territorio della Capitale; nel 2008 un decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri trasferiva nello stesso villaggio altri 6000 nomadi (rom, sinti e caminanti) provenienti dalle regioni Campania, Lazio e Lombardia.

In entrambi i casi l’amministrazione aveva agito per ragioni di ordine pubblico ed in entrambi i casi lo aveva fatto in maniera illegittima, essendo stato il primo atto annullato dal TAR per mancanza di specifiche indicazioni temporali ed il secondo atto annullato dal Consiglio di Stato per carenza di istruttoria rispetto allo stato di emergenza prospettato nel decreto.

Ciononostante “La Barbuta” da vent’anni ospita circa 6000 persone tutte di etnia rom, sinti e caminanti, con la conseguenza per cui una situazione abitativa emergenziale e provvisoria si è rivelata nel tempo stabilizzata e definitiva.

Con un’ordinanza di oltre cinquanta pagine, il Tribunale romano si è pronunciato sul carattere discriminatorio, ai sensi dell’art. 43 TUI e dell’art. 2 del d.lgs n. 215-2003, della condotta di Roma Capitale proprio in relazione all’evoluzione appena rilevata. In particolare – preso atto che il parametro di valutazione nel caso di specie dovesse essere la discriminazione etnica, come dimostrato dai censimenti compiuti dalla stessa amministrazione comunale convenuta secondo cui “circa il 50% (precisamente il 48, 6%) dei rom che nella primavera del 2008 vivevano nei campi ubicati sul proprio territorio sono cittadini italiani” e dalla “sostanziale assimilazione dell’uso del termine ‘nomade’ a quello di persona di etnia rom, ancorché […] non più giustificata dalla quasi totale (97/98%) conversione alla sedentarietà di queste persone” – nell’ordinanza viene stigmatizzata la scelta del Comune di giuridicizzare la stabilizzazione di fatto ultradecennale dei campi nomadidesunta peraltro dalla prosecuzione dei lavori di ultimazione ed assegnazione del campo nomade, e ciò in considerazione: a) delle caratteristiche dei moduli abitativi “ubicati all’estrema periferia del contesto urbano, in una zona urbanisticamente non destinata agli insediamenti abitativi ma al verde pubblico, e con previsione di evidenti e significative restrizioni alla privacy e alla libertà personale, ed inoltre con ostacolo di fatto […] all’accesso agli alloggi popolari in condizioni di parità con persone socialmente fragili che non vivono in tali campi” che determinano “per i relativi destinatari un deteriore, non transitorio, trattamento differenziato rispetto ad altri soggetti in situazione di disagio sociale anche abitativo, violando il diritto inviolabile di ogni persona – ex art. 2 Cost. – come singolo e quale componente di una formazione sociale in cui si esprime la sua personalità, ad un’esistenza dignitosa, dal punto di vista delle esigenze primarie dei singoli ma anche di quelle di relazione, crescita, affermazione sociale, e dunque ad un’esistenza innanzitutto libera da ogni forma di degrado igienico, ambientale, familiare, sociale, culturale, lavorativo etc.“; b) delle modalità di gestione dei predetti moduli abitativi posto che “le finalità di ordine pubblico, espressamente poste a base sia dell’istituzione dei campi La Barbuta nel 1995 che della dichiarazione dello stato di emergenza che ha giustificato i poteri di ordinanza del Commissario delegato nel cui esercizio ne è stata disposta la stabilizzazione, siano in sé legittime, rispondendo all’esigenza di salvaguardia della sicurezza sociale della restante popolazione che vive sul territorio (nazionale e) comunale, ma siano perseguite con strumenti che la stessa ventennale storia dei campi La Barbuta […] dimostra essere né appropriati né necessari” e ciò considerato che tali campi 1. “non hanno risolto il problema relativo all’esistenza di altri campi, sia quelli attualmente definiti ‘tollerati’ sia quelli abusivi”; 2. “si sono trovati nella medesima situazione di degrado ambientale e socio sanitari, in cui si trovavano gli insediamenti ai quali essi avrebbero dovuto porre rimedio”; 3. “apprestano una soluzione di fatto collettiva, a prescindere dall’imputabilità individuale delle specifiche condotte fonte del ‘perdurante stato di tensione sociale'”; 4. “offrono una soluzione generalizzata la cui stabilizzazione è stata progettata nell’ambito di una gestione emergenziale di livello ultraregionale”; 5. “offrono una soluzione abitativa permanente e con prospettiva di espansione, ma con caratteristiche strutturali proprie della provvisorietà”.

Per il Tribunale di Roma ai sensi dell’art. 43 TUI, pertanto deve concludersi nel senso del “carattere discriminatorio di natura indiretta della complessiva condotta di Roma Capitale […] che si concretizza nell’assegnazione degli alloggi del villaggio attrezzato La Barbuta”; ne consegue l’ordine indirizzato al comune romano della “cessazione, nel suo complesso, della sopra descritta condotta e la rimozione dei relativi effetti”.

 

Flavio Valerio Virzì

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