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La questione greca e le sfide all’Unione europea

 

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Le cronache delle ultime settimane sono state monopolizzate dalla questione greca, e dalle difficili e discontinue trattative tra il governo ellenico e i suoi creditori culminate nell’indizione e successiva celebrazione di un referendum da parte di Atene. Quest’ultimo ha di fatto legittimato l’operato del governo, esprimendo un netto rifiuto verso il mantenimento della cosiddetta austerity e l’imposizione di ulteriori condizioni per la ristrutturazione e rinegoziazione del debito nazionale. Al di là della risonanza mediatica di tali eventi, nonché della rilevanza geopolitica delle questioni ad esse sottese, anche alla luce del ruolo strategico dei Balcani nel quadro della rinnovata contrapposizione tra Unione europea e Russia, vi sono due sfide poste della vicenda greca sulle quali sarà opportuno riflettere nell’avvenire, e dai quali l’Europa in generale, e l’Unione in particolare, non potrà forse più prescindere nella conduzione del proprio percorso di integrazione politica, ancor prima che economica.

La prima sfida ha carattere istituzionale, e riguarda il ruolo, le funzioni e i poteri dell’Eurogruppo. Come noto, l’Eurogruppo è un meeting informale dei ministri delle finanze dei paesi che aderiscono all’euro; esso è previsto dal protocollo n. 14 allegato ai trattati UE, e viene convocato, secondo necessità, per discutere questioni attinenti alle responsabilità specifiche da essi condivise in materia di moneta unica. Alle riunioni dell’Eurogruppo partecipano, oltre ai ministri sopra citati, sia la Commissione che la Banca centrale europea. Nella vicenda greca, l’Eurogruppo ha svolto un ruolo fondamentale, assurgendo a sede principale di coordinamento dei negoziati, in stretto contatto con il tavolo parallelo aperto sul fronte del Fondo Monetario Internazionale. L’importanza dell’Eurogruppo, già emersa nei periodi di più acuta crisi del debito sovrano europeo, pone in luce la questione più generale relativa al funzionamento degli organi apicali, e di più stretta espressione dei governi nazionali, dell’Unione, della loro legittimazione, e del loro ruolo nel quadro interno all’Unione e internazionale. Ad avviso di chi scrive, il referendum greco appare come il tentativo estremo di temperare – dal basso e con una brusca riappropriazione di un pezzo di sovranità a suo tempo ceduta – la forte percezione di a-democraticità dell’intero schema istituzionale nel quale si sono svolte le trattative per il futuro della Grecia e della sua permanenza nell’euro. Anche a causa del fortissimo impatto mediatico, e della dialettica sulla quale gli antagonisti del ‘conflitto’ hanno condotto la partita, il referendum greco è apparso come una lotta tra un (ideale) mondo democratico, in cui le azioni decisive di un governo sono e devono essere ricondotte a una legittimazione che può addirittura giungere a mettere in discussione impegni internazionali già assunti, e un mondo di tecnicismi e preoccupazioni di mero bilancio, in cui la legittimazione risponde a logiche esclusivamente negoziali e al peso (e all’esposizione) finanziario di cui si dispone in concreto. La sfida che si pone all’Eurogruppo sarebbe, pertanto, quella di divenire sede di contemperamento degli interessi di tutti gli Stati membri dell’Eurozona, al di fuori di meccanismi di egemonizzazione che spesso si alimentano di un revanchisme storico poco consono agli obiettivi di una moneta unica nata per sostenere il benessere dei paesi aderenti e scongiurare i fantasmi di un’inflazione senza controllo. In quest’ottica, si consenta di rilevare la scarsa valorizzazione del ruolo dell’European Stability Board, al momento oggetto ancora misterioso dell’asse degli equilibri istituzionali nel settore economico-finanziario dell’Unione.

La seconda questione riguarda la delicata posizione della Banca centrale europea. Nel caso dell’attuale crisi greca, l’istituto di Francoforte si trova a dover recitare un ruolo sostanzialmente inedito e, per ciò solo, particolarmente scomodo: da un lato, la BCE rimane l’istituzione responsabile del coordinamento e dell’attuazione della politica monetaria della zona Euro, cui si riconnette anche l’esercizio dell’importante funzione di gestione della liquidità di emergenza (ELA) secondo i meccanismi di veto attualmente previsti all’interno del SEBC; dall’altro lato, e in contemporanea, la BCE si pone come soggetto responsabile della vigilanza bancaria sull’intero sistema dell’area Euro nel quadro dell’unione bancaria, nonché come punto di riferimento per l’attivazione delle procedure di risanamento e risoluzione delle crisi bancarie, in attuazione delle disposizioni di recente introduzione e, al momento, in fase di pieno rodaggio. Non va infatti dimenticato che la crisi greca passata e presente ha avuto, ha e continuerà ad avere profonde ripercussioni sul sistema bancario ellenico e non solo: le misure temporanee introdotte o in fase di studio, che in parte ripercorrono il percorso seguito durante la crisi cipriota, potrebbero doversi accompagnare ad una prima applicazione delle regole fissate dalla direttiva sul risanamento e la risoluzione delle banche e delle imprese di investimento, ancora non recepita in diversi stati europei, tra cui proprio la Grecia. Allo stesso modo, non va dimenticato che il comprehensive assessment condotto immediatamente prima dell’avvio del single supervisory mechanism aveva evidenziato, almeno per tre istituti di credito greci, la necessità di procedere all’adozione di misure per far fronte a possibili scenari di particolare stress macroeconomico. Proprio a pochi mesi dall’avvio effettivo dell’unione bancaria, la BCE è dunque chiamata a rispondere a quelle istanze di separazione tra funzione di politica monetaria e funzione di supervisione su cui a lungo si è insistito nella costruzione dell’SSM: tali istanze si trovano oggi a dover attraversare le turbolenze di una crisi sulla quale aleggia lo spettro del primo ‘recesso’ dalla moneta unica, e un ben più profondo timore circa il futuro dell’intero progetto europeo.

Giuseppe Sciascia – 07/07/2015

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