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La prima decisione della ICC

Il 14 marzo 2012, la Corte penale internazionale dell’Aja ha pronunciato la sua prima decisione: la Trial Chamber I, presieduta dal giudice britannico Adam Fulford, ha riconosciuto l’imputato congolese Thomas Lubanga Dylio colpevole di crimini di guerra per aver reclutato, nelle proprie milizie, bambini soldato (cfr. International Criminal Court, Situation in the Democratic Republic of the Congo in the Case of the Prosecutor v. Thomas Lubanga Dylo, ICC-01/04-01/06,14 March 2012).

Il procedimento era stato avviato nel 2004, quando il governo congolese aveva autorizzato la Corte Penale Internazionale a investigare e perseguire crimini che, nell’ambito della competenza della Corte medesima, fossero stati presumibilmente commessi nel suo territorio. Il 10 febbraio 2006 la Corte dell’Aja ha emesso mandato di cattura contro l’ex militante dell’Union des Patriotes Congolais (Upc). La Pre-Trial Chamber, infatti, ha ritenuto che vi fossero fondate ragioni per credere che Lubanga avesse compiuto i crimini di arruolamento forzato di bambini al di sotto dei 15 anni, costringendoli a partecipare attivamente alle ostilità. Sulla base di tale mandato, le autorità congolesi hanno arrestato Lubanga, trasferendolo alla custodia della Corte internazionale.

Il processo, aperto nel gennaio del 2009, è durato tre anni. Le accuse, sollevate dal Procuratore Luis Moreno Ocampo, sono state di genocidio, crimini di guerra e contro l’umanità. Questi crimini — secondo l’accusa — sarebbero stati consumati nel conflitto che ha insanguinato la Regione di Ituri, nella zona nord-orientale della Repubblica Democratica del Congo, tra la fine degli anni ’90 e i primi anni 2000. Lo scontro — iniziato per motivi economici legati allo sfruttamento delle risorse naturali (oro, diamanti e legname) presenti nell’area — è stato alimentato dallo scontro etnico tra il gruppo dei Lendu e quello degli Hema appoggiati, rispettivamente, dall’Upc — guidato da Lubanga — e dall’armata popolare congolese (Armèe Populaire Congolaise). Secondo la Corte, il conflitto ha assunto carattere internazionale in ragione della partecipazione e dell’appoggio, alle diverse milizie congolesi che hanno partecipato agli scontri nella Regione, da parte di etnie ugandesi e ruandesi.

L’accusa ha dimostrato la colpevolezza dell’imputato. Grazie alle prove documentali, alle testimonianze di vittime e di rappresentanti di organizzazioni internazionali, il Procuratore Ocampo ha verificato il ruolo di primo piano di Thomas Lubanga nella Upc e nella definizione strategica della sua azione militare.

Rispetto all’accusa di reclutamento forzato di bambini, la Corte ha dichiarato la colpevolezza dell’imputato in ragione del suo «contributo essenziale» all’arruolamento; è stato provato che, durante il conflitto, i bambini, strappati con la forza alle proprie famiglie o convinti ad arruolarsi «spontaneamente», venivano sottoposti a un duro addestramento, per essere poi impiegati in azioni di combattimento e di supporto alle truppe della Upc, come scorta personale dei comandanti (tra cui lo stesso imputato) o, nel caso delle bambine, come schiave sessuali.

Secondo la Corte, la responsabilità di Lubanga per il reclutamento forzato di bambini sussiste anche a prescindere dall’esecuzione materiale del fatto; è sufficiente, infatti, la piena conoscibilità del compimento del crimine, nonché l’intento e l’azione di promuoverlo.

Numerosi sono stati gli apprezzamenti della sentenza, in particolare quelli espressi dalle organizzazioni internazionali di tutela dei diritti umani. L’alto Commissario delle Nazioni Unite Navi Pillay, ad esempio, ha definito il verdetto della Corte penale internazionale «un grande passo avanti per la giustizia internazionale e una tappa fondamentale nella lotta contro l’impunità». Il verdetto Lubanga — ha continuato — «invia un segnale forte contro la violazioni del diritto internazionale, che si propagherà ben al di là della Repubblica Democratica del Congo».

È bene non dimenticare, tuttavia, l’esistenza di alcuni limiti all’azione della Corte. Innanzitutto il carattere complementare della Corte rispetto alle giurisdizioni statali; essa può intervenire solo se e solo quando gli Stati non vogliono, o non possono, agire per punire i crimini internazionali. Inoltre, la Corte necessita della continua collaborazione degli Stati al cui interno si presume siano commessi crimini di sua competenza; tale collaborazione rileva sia nella scelta delle indagini da avviare, sia nella successiva fase istruttoria e sia, infine, nell’attuazione delle decisioni assunte.

Con riferimento all’avvio della procedura, ad esempio, la Procura può non riuscire a verificare la presunta violazione dei diritti nel caso di opposizione, o non collaborazione, da parte dello Stato (o degli Stati) interessati. Rispetto alla fase esecutiva, invece, l’operato della Corte dell’Aja può avere efficacia concreta solo se gli imputati non godono (o non godono più) della protezione del proprio Stato, o di un altro Stato nel quale trovano rifugio. Con riferimento al conflitto congolese, ad esempio, la Corte penale internazionale ha emesso nel 2006 un mandato di arresto contro Bosco Ntaganda, ex capo di stato maggiore per il Congresso Nazionale della Difesa del Popolo. Ntaganda è accusato, al pari di Lubanga, di aver reclutato bambini al di sotto dei 15 anni per combattere nella guerra dell’Ituri tra il 2002 e il 2003. Nonostante i ripetuti appelli di Human Rights Watch e di altre organizzazioni internazionali in difesa dei diritti umani, il governo congolese si rifiuta di consegnare Ntaganda nelle mani della giustizia della Corte dell’Aja. Nel caso Lubanga, dunque, la Corte ha potuto avviare il processo penale proprio perché il governo congolese e i governi degli Stati vicini non hanno avuto alcun interesse a proteggere l’imputato.

Il 10 luglio 2012, la Corte ha condannato Lubanga a 14 anni di prigionia (leggi qui la sentenza).

Mariangela Benedetti

(pubblicata in Riv. trim. dir. pubbl. n. 3/2012)