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La Corte di Strasburgo si pronuncia sul caso di Vincent Lambert

 

 

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Negli ultimi mesi, la vicenda di Vincent Lambert ha catturato l’attenzione dei media internazionali. Non diversamente da altri episodi in cui visioni del tutto antitetiche della vita e della morte, della libertà e della possibilità di scelta di ciascun individuo hanno trovato una sintesi e risposte più o meno definitive mediante il diritto, anche il caso Lambert è approdato innanzi alle corti – nazionali prima, sovranazionali poi. Volente o nolente, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha provato a dire la parola ‘fine’ su una vicenda molto particolare e complessa, in cui sembra essere venuto in gioco, più che il ‘diritto a morire’, quello che potremmo chiamare il ‘diritto a vivere’. La Corte di Strasburgo si è trovata in parte divisa, come forse inevitabile, sul caso Lambert: cinque giudici su diciassette hanno infatti votato contro la decisione finale, che ha riconosciuto la compatibilità con la CEDU della procedura prevista dalla c.d. legge Leonetti, approvata in Francia nel 2005 contro le forme di accanimento terapeutico; i giudici dissenzienti hanno aspramente criticato il percorso argomentativo e la lettura della giurisprudenza della Corte richiamata dalla maggioranza nel corpo della pronuncia.

Negli elementi fattuali, il caso Lambert rassomiglia tragicamente, nella sua semplicità, alla vicenda di Eluana Englaro.

Nel settembre 2008, il signor Lambert veniva coinvolto in un grave incidente stradale, che lo rendeva tetraplegico, gettandolo in uno stato di profonda incoscienza e totale dipendenza fisica. Secondo l’analisi medica più aggiornata (maggio 2014), il signor Lambert versa attualmente in uno stato vegetativo cronico, peraltro peggiorato a partire dal 2011. Nel giudicare assolutamente irreversibile lo stato del paziente, i medici hanno tenuto in particolare considerazione il prolungato lasso di tempo trascorso dall’incidente, e la natura ed estensione del danno cerebrale subito. I medici hanno inoltre ritenuto che le reazioni del signor Lambert alle cure ricevute e agli stimoli dolorosi rappresentano risposte inconsce, inidonee a indicare una qualsiasi espressione di volontà da parte del paziente rispetto alla continuazione o alla cessazione del trattamento somministrato.

La vicenda giudiziaria che ha interessato il signor Lambert ha visto l’emergere di due posizioni di netto contrasto all’interno della famiglia dello stesso. Da un lato, i genitori del signor Lambert, una sorella e un fratello adottivo, i quali si sono strenuamente opposti alla sospensione dei trattamenti medici e di nutrizione, forse anche in ragione di una personalissima, e non celata, motivazione di natura religiosa; dall’altro, la moglie dello stesso signor Lambert e numerosi altri fratelli dello steso, nonché l’équipe medica che si è interessata del suo caso.

Nel maggio 2013, i signori Lambert avevano ottenuto un decreto sospensivo a tutela di un diritto fondamentale (référé liberté), con il quale veniva proibito al team che aveva in cura il signor Lambert di procedere alla progressiva cessazione del trattamento nutritivo e idratante cui il paziente era sottoposto. In considerazione del fatto che il signor Lambert non aveva espresso la propria volontà in merito alla possibile sottoposizione a terapie in tali circostanze, il tribunale francese adito aveva ritenuto che la procedura collettiva prevista dalla legge Leonetti doveva essere proseguita con la partecipazione di tutti i familiari dello stesso, pur riconoscendo l’esistenza di una divergenza di opinioni tra gli stessi.

Nel settembre 2013 veniva dunque avviata una nuova procedura collettiva, alla quale partecipava un’ampia équipe medica composta dal gruppo di medici sino a quel momento responsabili delle cure per il signor Lambert oltre che da esperti scelti dai genitori e dalla moglie di quest’ultimo. Nel gennaio 2014, il dott. Kariger, responsabile della procedura, riteneva ancora una volta opportuno procedere all’interruzione dei trattamenti di sostegno vitale, sulla base degli ultimi esami condivisi con il resto dell’équipe, e dopo ampia consultazione dei familiari: in particolare, il dott. Kariger riteneva che la prosecuzione del trattamento avrebbe rappresentato un ingiusto accanimento terapeutico nei confronti del proprio paziente, ormai affetto da una perdita di coscienza del tutto irreversibile e rispetto alla quale era impensabile ipotizzare un futuro miglioramento.

La sospensione dei trattamenti decida dal dott. Kariger sulla base della legge Leonetti veniva nuovamente opposta dai genitori del Lambert, i quali ottenevano una seconda misura inibitoria che proibiva l’avvio del protocollo medico di fine-vita. Il giudice francese adito riteneva che la decisione assunta da Kariger violasse il diritto alla vita del signor Lambert e costituisse il risultato di una non corretta valutazione delle volontà di quest’ultimo.

Il 31 gennaio 2014, la moglie del signor Lambert, un fratello e l’Ospedale Universitario di Reims presentavano un appello innanzi al Conseil d’Ètat contro la decisione del tribunale. La massima autorità giurisdizionale amministrativa francese si pronunciava il 24 giugno 2014 in favore dei ricorrenti e sulla base delle analisi mediche condotte da un team appositamente nominato: pronunciandosi per la prima volta sulla portata della legge Leonetti, il Conseil riteneva che le condizioni indicate dalla stessa e inerenti la cessazione di trattamenti di sostegno vitale fossero integrate nel caso di specie, e che la decisione presa dal dott. Kariger doveva ritenersi del tutto corretta sia dal punto di vista sostanziale che dal punto di vista procedurale.

I genitori del signor Lambert adivano la Corte di Strasburgo affinché dichiarasse contraria alla CEDU l’eventuale attuazione della sentenza del Conseil.

I ricorrenti osservavano che la sospensione del trattamento di nutrizione e idratazione artificiale costituiva una violazione dell’obbligo di protezione della vita incombente su ciascuno stato membro del Consiglio d’Europa e sancito dall’articolo 2 della CEDU, nonché dell’obbligo di tutela dell’integrità fisica sancito dall’articolo 8 della Convenzione. I ricorrenti osservavano inoltre che una tale sospensione avrebbe integrato una forma di tortura, come tale proibita dall’articolo 3 della CEDU stessa, mentre la sospensione della fisioterapia e delle altre terapie volte a reintegrare la capacità di deglutire del paziente dovevano ritenersi una forma di trattamento inumano e degradante contrario all’articolo 3 della CEDU.

In via preliminare, la Corte ha analizzato la complessa tematica dell’espressione della volontà del signor Lambert, e il diritto dei genitori a rappresentarla. A tal riguardo, la Corte ha richiamato i principi elaborati sulla nozione di ‘vittima’ di cui all’articolo 34 della CEDU, da intendersi in maniera autonoma e indipendente dal diritto nazionale: il soggetto interessato deve dimostrare che la misura oggetto del proprio ricorso incide direttamente sullo stesso. L’unica eccezione è rappresentata dai casi in cui la violazione oggetto del ricorso riguardi la morte o la scomparsa di una persona, e che a un tal evento possa essere riconnessa una responsabilità dello stato: in questi casi, la Corte consente ai parenti più prossimi di agire in giudizio, anche in assenza di un’autorizzazione scritta formale da parte della vittima ‘diretta’ della possibile violazione (caso Centre for Legal Resources on behalf of Valentin Campeanu, no. 47848/08, EHCR, 2014). In tali casi, il criterio dirimente adottato dalla Corte va individuato nel rischio di privazione della possibilità di ottenere un rimedio effettivo. È inoltre necessario che non vi sia un conflitto di interessi tra la vittima e chi proponga l’azione. Nel caso di specie, la Corte ha ritenuto che i ricorrenti – e dunque i genitori del Lambert – non erano legittimati a proporre un ricorso in nome e nell’interesse del signor Lambert. Con particolare riferimento all’assenza di un conflitto di interessi, la Corte ha infatti osservato che un elemento chiave del giudizio nazionale aveva proprio riguardato l’individuazione della volontà del signor Lambert; nel giudizio innanzi al Conseil d’Ètat, era stato rilevato che la decisione del dott. Kariger non costituiva un’interpretazione errata della volontà del signor Lambert come da questi espressa prima dell’incidente traumatico, sicché tale era da ritenersi quella – di contrario avviso – offerta dai ricorrenti. In conseguenza, la Corte di Strasburgo ha ritenuto sussistere un conflitto di interessi tra le affermazioni dei genitori del Lambert e quanto era stato ricostruito in merito al contenuto della volontà del signor Lambert.

Con riferimento alla possibile violazione dell’articolo 2 della CEDU, la Corte ha ritenuto che l’esecuzione della sentenza del Conseil d’Ètat, con la conseguente sospensione del trattamento di sostegno vitale per il signor Lambert, non costituirebbe una violazione degli obblighi positivi incombenti sullo stato francese e derivanti da tale previsione. In linea generale, la Corte ha ribadito che l’articolo 2 obbliga gli stati non soltanto ad astenersi da qualsiasi condotta che comporti la privazione della vita di un individuo (obblighi negativi), ma anche ad adottare misure per salvaguardare le vite dei propri cittadini (obblighi positivi). A giudizio della Corte, la legge Leonetti non autorizza l’eutanasia o il suicidio assistito, ma consente ai medici – nel rispetto di una determinata procedura – di interrompere un trattamento di sostegno vitale nel caso in cui lo stesso costituisca una forma di accanimento terapeutico: i giudici di Strasburgo hanno dunque ritenuto necessario analizzare le questioni sottese al caso Lambert dal punto di vista degli obblighi positivi incombenti sullo stato francese, valutando – in particolare – se la procedura prevista dalla legge Leonetti fosse o meno compatibile con tali obblighi, o se la previsioni della stessa costituissero una violazione dell’onere di salvaguardia.

La Corte di Strasburgo ha rilevato che mai aveva avuto occasione di pronunciarsi su una simile domanda, pur avendo esaminato diversi casi simili. In un certo numero di occasioni, la Corte ha avuto modo di valutare prospettazioni in cui era invocato il “diritto a morire”, ritenuto fondato su una serie di disposizioni della CEDU, tra cui gli articoli 2, 3, 5, 6, 8, 9 e 14. Tali azioni sono state normalmente rigettate dai giudici di Strasburgo (si vedano i casi Sanles Sanles, Pretty, Haas, Koch). In altri casi, la Corte è stata chiamata a pronunciarsi sul problema della somministrazione o privazione di un trattamento medico, rigettando le istanze per manifesta infondatezza, ovvero per mancanza di legittimazione dei ricorrenti (si vedano i casi Glass, Burke e Rossi, quest’ultimo relativo alla vicenda Englaro).

Nel proprio percorso argomentativo, la Corte ha ribadito che nel contesto di decisioni che interessino particolari problemi a carattere scientifico ed etico inerenti l’inizio e la fine della vita, un ampio margine di apprezzamento discrezionale deve essere riconosciuto agli stati. Ciò anche in ragione del fatto che non vi è un accordo preciso tra gli stati membri del Consiglio d’Europa sul diritto di ciascun individuo a decidere in quale luogo o momento porre fine alla propria vita in maniera legittima. Non diversamente, gli stati membri del Consiglio d’Europa non hanno trovato un accordo circa la possibilità di consentire la sospensione di trattamenti artificiali di sostegno vitale, sebbene la maggioranza degli stessi disciplini tale fattispecie. A giudizio della Corte, il margine di apprezzamento da riconoscere agli stati deve ricomprendere non soltanto la possibilità di prevedere o meno una sospensione dei trattamenti di sostegno vitale, ma anche un’indicazione degli strumenti attraverso i quali deve essere consentito trovare un equilibrio tra la protezione del diritto alla vita dei pazienti e la loro autonomia personale; tale margine di apprezzamento non è, tuttavia, privo di limiti.

Dopo aver richiamato quanto affermato dal Conseil in merito all’interpretazione e alla portata della legge Leonetti, la Corte ha ritenuto che questa è sufficientemente chiara e idonea a disciplinare in maniera precisa le decisioni prese dai medici in situazioni simili a quelle del signor Lambert. La Corte ha dunque concluso che lo stato francese ha correttamente posto in essere un sistema di disciplina che protegge le vite dei pazienti.

Quanto alla procedura decisionale, censurata dai ricorrenti in quanto priva di adeguati elementi di collegialità, la Corte ha affermato che l’articolo 2 e la relativa giurisprudenza non possono essere interpretate nel senso di imporre un qualsivoglia requisito procedurale che renda necessario raggiungere un accordo tra i soggetti interessati: la procedura della legge Leonetti prevede l’attribuzione finale della responsabilità decisionale al medico che ha in cura il paziente, il quale deve tenere in debito conto le osservazioni dei familiari e motivare adeguatamente la propria decisione.

La Corte ha inoltre osservato che nel caso Lambert sono state adottate salvaguardie e procedure ben superiori rispetto a quelle previste dalla legge: ad esempio, il coinvolgimento di un équipe di sei dottori, tra cui uno designato dai genitori del paziente. A giudizio della Corte, la scelta in merito alla concreta procedura da seguire rientra nel margine di apprezzamento dello stato francese, e la stessa soddisfa i requisiti derivanti dall’articolo 2 della CEDU.

Gli ultimi paragrafi della sentenza in esame esprimono la consapevolezza della Corte rispetto all’importanza e complessità dei temi trattati, gravidi di implicazioni etiche, oltre che più strettamente mediche e legali. I giudici della maggioranza hanno dunque ritenuto opportuno sottolineare che il compito di verificare la compatibilità tra la decisione di privare il signor Lambert di un trattamento di sostegno vitale e il diritto nazionale e la CEDU, nonché di individuare la volontà del paziente secondo quanto previsto dalla normativa interna, spettava esclusivamente alle corti francesi. Nel proprio limitato ruolo di ‘custode’ della Convenzione, la Corte ha potuto solo accertare se il processo decisionale seguito fosse compatibile con l’articolo 2 della CEDU, e se i rimedi previsti dal diritto nazionale consentissero di ottenere un risultato utile ed effettivo. Sotto entrambi i versanti, 12 giudici di Strasburgo hanno riconosciuto la particolare meticolosità della procedura seguita e la reale considerazione di tutti gli interessi e aspetti in gioco, da ritenersi quindi in linea con gli obblighi positivi discendenti dall’articolo 2 e con il margine di apprezzamento rimesso agli stati in casi simili.

Il testo della sentenza Case of Lambert and Others v. France (Application no. 46043/14) in inglese può essere visionato qui.

 

Giuseppe Sciascia

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