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La Corte costituzionale torna sulla giurisdizione esclusiva

 

 

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Con la sentenza n. 179 del 2016 (sentenza del 15 luglio 2016, Pres. Grossi, Red. Amato), la Corte costituzionale torna sul tema della giurisdizione esclusiva. Oggetto della decisione, l’art. 133 del Codice del processo amministrativo, nella parte in cui affida alla cognizione del giudice amministrativo le controversie concernenti atti e provvedimenti in materia urbanistica (in particolare, le convenzioni urbanistiche).

Ad avviso del Tar Puglia, giudice rimettente, la devoluzione alla giurisdizione esclusiva anche dell’ipotesi di azione attivata dalla p.a., e non dal privato, avrebbe leso il sistema di giustizia amministrativa delineato dalla Costituzione. “Le disposizioni vengono censurate nella parte in cui, secondo il diritto vivente, esse ricomprendono, nelle materie di giurisdizione esclusiva da esse stesse indicate, le controversie nelle quali sia la pubblica amministrazione – e non l’amministrato – ad adire il giudice amministrativo. Ciò contrasterebbe con il sistema di giustizia amministrativa delineato dagli artt. 103 e 113 Cost., i quali, ad avviso del rimettente, prevederebbero un sistema di tutela attivabile esclusivamente ad iniziativa del privato leso da un provvedimento della pubblica amministrazione“.

La Corte ritiene la questione non fondata. “Se, di norma, la pubblica amministrazione“, si legge nell’arresto, “è parte resistente nel processo amministrativo, dapprima l’art. 11, comma 5, legge 7 agosto 1990, n. 241 (Nuove norme in materia di procedimento amministrativo e di diritto di accesso ai documenti amministrativi) ed in seguito l’art. 133, comma 1, lettera a), numero 2), del d.lgs. n. 104 del 2010, hanno devoluto alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo tutte le controversie che trovano titolo negli accordi che sostituiscono o integrano i provvedimenti amministrativi. In tali controversie, anche quando parte attrice sia l’amministrazione, la giurisprudenza di legittimità, sia ordinaria, sia amministrativa, riconosce la giurisdizione del giudice amministrativo“.

Tuttavia, “da ciò non deriva affatto che tali giurisdizioni siano esclusivamente attivabili dallo stesso privato, né che la giustizia amministrativa non possa essere attivata dalla pubblica amministrazione; tanto più ove si consideri che essa storicamente e istituzionalmente è finalizzata non solo alla tutela degli interessi legittimi (ed in caso di giurisdizione esclusiva degli stessi diritti), ma anche alla tutela dell’interesse pubblico, così come definito dalla legge“.

Qui la Corte ripercorre anche alcuni punti fondamentali della propria giurisprudenza, ribadendo che l’attribuzione al giudice amministrativo è ammissibile in casi di “particolari” materie (per il rilevante uso di questo aggettivo, si v. L. Torchia, “La giurisdizione di legittimità del giudice amministrativo alla prova dell’evoluzione“, pubblicata nella sezione Scritti / Open Access di questo sito), e non di “blocchi di materie”. Solo nelle prime, infatti, si giustifica la devoluzione in base alla compresenza di diritti soggettivi strettamente intrecciati a interessi legittimi. Del resto, è a questa condizione che si possono enucleare gli ambiti che sono espressione, anche indiretta, dell’esercizio di un potere (C. Cost. 204/2004 e 191/2006).

Con specifico riferimento alla materia degli accordi procedimentali, nucleo della fattispecie portata all’attenzione della Consulta, viene in evidenza il carattere necessario del loro rispetto al controllo giurisdizionale. Difatti, la Corte ricorda che “la giurisprudenza di legittimità ha evidenziato il collegamento funzionale delle convenzioni urbanistiche al procedimento di rilascio dei titoli abilitativi edilizi, dei quali esse condizionano l’adozione e integrano il contenuto (si veda ex plurimis, Corte di cassazione, sezioni unite civili, ordinanza 14 gennaio 2014, n. 584 e Consiglio di Stato, sezione quarta, 12 novembre 2009, n. 7057)“.

Ne consegue, in conclusione, non solo la infondatezza delle questioni sollevate, ma anche l’irragionevolezza e la disarmonia della contraria prospettazione del giudice a quo che, nel differenziare a seconda della parte attrice (o ricorrente), produrrebbe una frammentazione della giurisdizione incompatibili con l’esigenza della concentrazione dei mezzi di tutela giurisdizionali.

Bruno Carotti

 

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