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La Corte Costituzionale si pronuncia sulla conversione tra lira ed euro

 

 

 

La sentenza della Corte Costituzionale n. 216/2015 dello scorso 5 novembre ha affrontato un tema forse unico nella storia costituzionale italiana, ossia quello della regolamentazione del regime transitorio per la successione di monete aventi corso legale. La sentenza della Corte ha sancito l’illegittimità costituzionale dell’articolo 26 del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201 (Disposizioni urgenti per la crescita, l’equità e il consolidamento dei conti pubblici), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 22 dicembre 2011, n. 214; in estrema sintesi, tale norma aveva anticipato al 6 dicembre 2011, in luogo del 28 febbraio 2012, il termine ultimo entro il quale le lire potevano essere convertite nel loro controvalore in euro dalla Banca d’Italia. Al dichiarato fine di “ridurre il debito pubblico”, la norma aveva quindi sancito la prescrizione anticipata, con effetto immediato, delle lire ancora in circolazione, disponendo che il relativo ammontare fosse versato all’entrata del bilancio dello Stato per essere riassegnato al Fondo per l’ammortamento dei titoli di Stato.

Nel giudizio a quo, pendente innanzi al Tribunale di Milano, alcuni soggetti richiedevano la condanna della Banca d’Italia al pagamento del controvalore delle banconote in lire in loro possesso, pari alla somma complessiva di 27.543,67 euro, oltre al risarcimento dei danni, affermando di avere inutilmente tentato di convertire le banconote in euro presso varie filiali della Banca d’Italia, e che le loro richieste erano state respinte in quanto presentate dopo l’entrata in vigore del predetto art. 26 del decreto-legge n. 201 del 2011. A giudizio della corte meneghina, la norma avrebbe violato tanto gli artt. 3 e 97 della Costituzione, per contrasto con il principio di affidamento e di certezza del diritto, quanto gli artt. 42, terzo comma, e 117, primo comma, Cost., in relazione all’art. 1 del Protocollo addizionale alla CEDU, avendo realizzato, di fatto, una sorta di espropriazione ai danni dei possessori delle banconote in lire.

La Consulta ha giudicato fondata la questione di legittimità costituzionale con riferimento all’articolo 3 della Carta fondamentale, ritenendo assorbiti i profili di censura attinenti alla violazione delle disposizioni CEDU. A giudizio della Corte, infatti, “il valore del legittimo affidamento, il quale trova copertura costituzionale nell’art. 3 Cost., non esclude che il legislatore possa assumere disposizioni che modifichino in senso sfavorevole agli interessati la disciplina di rapporti giuridici (…) ma esige che ciò avvenga alla condizione «che tali disposizioni non trasmodino in un regolamento irrazionale, frustrando, con riguardo a situazioni sostanziali fondate sulle leggi precedenti, l’affidamento dei cittadini nella sicurezza giuridica, da intendersi quale elemento fondamentale dello Stato di diritto» (sentenze n. 56 del 2015, n. 302 del 2010, n. 236 e n. 206 del 2009)”. La Consulta ha osservato che il quadro normativo anteriore all’entrata in vigore della norma censurata fosse tale da far sorgere nei possessori di banconote in lire la “ragionevole fiducia nel mantenimento del termine fino alla sua prevista scadenza decennale, come disposto, sia dalla norma sulla prescrizione delle banconote cessate dal corso legale (art. 3, comma 1, della legge n. 96 del 1997), sia dalla norma che prevede il diritto di convertire le banconote in euro presso le filiali della Banca d’Italia (art. 3, comma 1-bis, della legge n. 96 del 1997, introdotto dall’art. 87 della legge n. 289 del 2002)”; peraltro, il decorso di circa nove anni e nove mesi dalla cessazione del corso legale della lira non era idoneo a giustificare il sacrificio della posizione di coloro che non avevano esercitato il diritto di conversione in euro, confidando nel perdurare dell’originario termine. Anzi, proprio il lungo tempo trascorso in un immutato quadro normativo rendeva “ancora più evidente il carattere certamente consolidato della posizione giuridica dei possessori di banconote in lire e della loro legittima aspettativa a convertirle in euro entro il termine che sarebbe venuto a scadenza il 28 febbraio 2012 e tanto più censurabile l’improvviso intervento del legislatore su di esso”.

In conclusione, la Corte ha soggiunto che nessuno specifico rilievo poteva essere riconosciuto alla sopravvenienza dell’interesse dello Stato alla riduzione del debito pubblico. Infatti, sebbene tale scopo possa in astratto legittimare una compressione di situazioni giuridiche rispetto alle quali operi un legittimo affidamento, esso non può esser perseguito senza una “equilibrata valutazione comparativa degli interessi in gioco”, ovvero trascurando completamente gli interessi dei privati.

Giuseppe Sciascia

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