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Interdittiva antimafia e legame familiare

 

Per il Consiglio di Stato il legame familiare con affiliati all’organizzazione mafiosa non è sufficiente a giustificare l’interdittiva antimafia

 

 

 

 

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La Sezione Terza del Consiglio di Stato, con la sentenza 3 luglio 2015, n. 3310, si è pronunciata sulla legittimità di un provvedimento di interdittiva emanato, a seguito di un’informativa antimafia, nei confronti di un’impresa agricola.

Il provvedimento – ritenuto legittimo dal giudice di primo grado – veniva motivato con rinvio alla relazione delle forze dell’ordine, che segnalava la convivenza dell’imprenditore con la sorella, sposata con un soggetto vicino a personaggi affiliati al clan dei casalesi; per il TAR, precisamente, tale situazione poteva essere ritenuta “idonea a sostenere il giudizio dell’Amministrazione circa la sussistenza di tentativi di infiltrazioni mafiose tendenti a condizionare le scelte e gli indirizzi” dell’impresa.

La sentenza veniva impugnata dinanzi al Consiglio di Stato che censurava le motivazioni del Tribunale ribadendo, in linea con la pregressa giurisprudenza, l’inidoneità del mero rapporto di parentela a dare conto del tentativo di infiltrazione mafiosa; secondo il collegio “non può, infatti, configurarsi un rapporto di automatismo tra un legame familiare, sia pure tra stretti congiunti, ed il condizionamento dell’impresa, che deponga nel senso di un’attività sintomaticamente connessa a logiche ed interessi malavitosi. Se è infatti vero. in base alle regole della comune esperienza, che il vincolo di parentela o di affinità può esporre il soggetto all’influsso dell’organizzazione, se non addirittura imporre (in taluni contesti) un coinvolgimento nella stessa, tuttavia l’attendibilità dell’interferenza dipende anche da una serie di circostanze ed ulteriori elementi indiziari che qualifichino, su un piano di attualità ed effettività, un’immanente situazione di condizionamento e di contiguità con interessi malavitosi“.

Flavio Valerio Virzì

14 luglio 2015

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