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Il giudizio della Corte di Strasburgo sul diritto di visita nelle carceri russe

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Nella sentenza del 30 giugno 2015 resa nel caso Khoroshenko v. Russia (causa n. 41418/04), la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha espresso un giudizio particolarmente severo nei confronti delle leggi penitenziarie russe che regolano (e limitano fortemente) il diritto di determinate categorie di prigionieri a ricevere visite di familiari.

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Il caso è stato originato dalla richiesta di un cittadino russo che, inizialmente condannato all’esecuzione capitale, successivamente commutata in ergastolo, non ha potuto incontrare i propri familiari per i primi cinque anni di detenzione, con la sola eccezione di una visita della moglie dopo circa un anno dall’arresto. Per i successivi dieci anni (1999-2009), il signor Khoroshenko ha potuto beneficiare di una sola visita dei propri familiari ogni sei mesi, ciascuna per una durata massima di 4 ore e in assenza di qualsiasi contatto fisico con gli stessi; a tali visite assisteva una guardia, ed era del tutto negata la possibilità di ricevere visite da parte di amici. Dal 2009 al 2013, il signor Khoroshenko ha potuto ricevere visite più lunghe da parte dei propri familiari, nell’ambito di un particolare regime correzionale previsto dal sistema penitenziario russo.

Nel 2004, il signor Khoroshenko adiva la Corte Costituzionale russa, lamentando l’incostituzionalità delle norme che gli avevano impedito di avere sufficienti contatti con i propri familiari per oltre 10 anni: le norme venivano ritenute discriminatorie e lesive del suo diritto al rispetto della propria vita privata e familiare. La Corte Costituzionale rigettava il ricorso del signor Khoroshenko, dando particolare rilievo alla gravità dei crimini commessi da quest’ultimo. Anche un secondo ricorso del signor Khoroshenko – avente ad oggetto le norme penitenziarie che garantivano diritti di visita differenziati in base alla condotta del soggetto incarcerato – veniva ritenuto inammissibile.

È interessante osservare che, nelle proprie difese, il governo russo ha esplicitamente osservato che le disposizioni del diritto penitenziario applicabili ai condannati all’ergastolo non mirano alla reintegrazione sociale di questi ultimi, ma, piuttosto, a un loro totale isolamento. La Corte ha dunque valutato tale sistema sulla base del criterio della “necessarietà in una società democratica”, al fine di individuare le eventuali violazioni del principio di proporzionalità. I giudici di Strasburgo hanno rilevato l’estrema severità delle restrizioni imposte al signor Khoroshenko, con particolare riguardo al periodo di oltre dieci anni in cui lo stesso aveva potuto incontrare i propri familiari solo due volte l’anno e per un totale di otto ore: la legislazione russa, in tal senso, non avrebbe adeguatamente preso in considerazione gli interessi del detenuto e dei familiari di questo, ponendosi ben al di sotto degli standard internazionali; questi ultimi attribuiscono il diritto ad avere contatti “accettabili” e di un livello “ragionevolmente buono” con i propri familiari.

La Corte ha dunque concluso ritenendo gravemente violato il diritto del signor Khoroshenko alla propria vita privata e familiare, sulla base del numero ridotto di visite dei familiari e dei contatti con gli stessi, nonché in considerazione del lungo periodo di protrazione di tali restrizioni: le misure in questione non rappresentano, a giudizio della Corte, “a fair balance between the applicant’s right to the protection of private and family life, on the one hand, and the aims referred to by the respondent Government on the other, and that the respondent State has overstepped its margin of appreciation in this regard”.

La sentenza della Corte può essere scaricata qui.

Giuseppe Sciascia – 2 luglio 2015

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