Commenti

Il Consiglio di Stato si pronuncia sull’annullamento in autotutela di un atto di trascrizione di stato civile

 

logo-palazzo-spada


Con atto del 18 ottobre 2014 il Sindaco del Comune di Roma provvedeva alla trascrizione nel registro dello stato civile di un matrimonio omosessuale contratto all’estero; su indirizzo del Ministero dell’Interno, il Prefetto della Provincia di Roma con decreto disponeva l’annullamento della trascrizione, ordinando all’Ufficiale di stato civile del comune romano di provvedere a tutti i necessari adempimenti materiali, compresa l’annotazione del provvedimento prefettizio nel registro di stato civile. Ritenendo illegittime le determinazioni assunte dall’Amministrazione resistente, i ricorrenti le impugnavano dinanzi al TAR Lazio.

Nel marzo 2015 il TAR si pronunciava sulla legittimità dell’annullamento d’ufficio operato dal Prefetto di Roma. Il giudice di primo grado, pur rilevando l’insussistenza di un diritto alla trascrizione al predetto matrimonio da parte dei ricorrenti, argomentava nel senso dell’illegittimità del provvedimento di annullamento, per la ragione che “dall’insieme delle [disposizioni del d.P.R. n. 396 del 2000] si evince che il sistema dello stato civile prevede puntuali possibilità di intervento sui registri dello stato civile, tra cui non è compresa quella posta in essere dal Prefetto di Roma” e che “dalle norme richiamate si evince che un intervento quale quello posto in essere nel caso di specie dall’Amministrazione centrale, compete solo all’Autorità giudiziaria”.

Avverso la decisione del Tribunale amministrativo proponeva appello il Ministero dell’interno contestando la correttezza del giudizio di illegittimità dell’annullamento della trascrizione; resistevano, invece, i ricorrenti che in via incidentale a loro volta contestavano la correttezza del giudizio di illegittimità della trascrizione stessa.

Con la sentenza n. 4899 del 2015 la Terza Sezione del Consiglio di Stato ritorna sulla decisione del TAR laziale, respingendo l’appello incidentale ed accogliendo l’appello principale.

In relazione alla legittimità della trascrizione, le argomentazioni impiegate dal giudice di secondo grado sono sostanzialmente coerenti con la pregressa giurisprudenza. Rilevato che “secondo il sistema regolatorio di riferimento […], [il matrimonio celebrato all’estero tra persone dello stesso sesso] risulta sprovvisto di un elemento essenziale (nella specie la diversità di sesso dei nubendi) ai fini della sua idoneità a produrre effetti giuridici nel nostro ordinamento“, il Collegio ritiene che “il corretto esercizio della predetta potestà impedisce all’ufficiale dello stato civile la trascrizione di matrimoni omosessuali celebrati all’estero, per il difetto della condizione relativa alla “dichiarazione degli sposi di volersi prendere rispettivamente in marito e moglie” […] quale condizione dell’atto di matrimonio trascrivibile”. 

Relativamente alla legittimità dell’annullamento della trascrizione, il Consiglio di Stato propone un ragionamento articolato in due passaggi. In primo luogo procede ad una ricognizione inerente alla relazione organica intercorrente tra Sindaco-Ufficiale di stato civile e Prefetto e, partendo dalla constatazione per cui “nel nostro ordinamento l’esercizio di alcune funzioni di competenza statale è stato affidato al Sindaco, che le esercita non come vertice dell’ente locale, ma nella diversa qualità di ufficiale di governo” e che “tra le materie affidate alla cura del Sindaco quale ufficiale di governo è compresa anche la tenuta dei registri di stato civile“, conclude nel senso che “la titolarità della funzione resta intestata all’Amministrazione centrale (e, segnatamente, al Ministero dell’interno) e che il Sindaco la esercita solo quale organo delegato dalla legge“, sicché “il Sindaco resta soggetto, nell’esercizio delle pertinenti funzioni, alle istruzioni impartite dal Ministero dell’interno, alle quali è tenuto a conformarsi”. 

Ne deriva una “posizione di sovraordinazione” dell’amministrazione centrale che si esplica “per mezzo dell’assegnazione al Prefetto, che esercita istituzionalmente l’autorità del Ministero dell’interno sul territorio, dei poteri di vigilanza sulla tenuta degli atti dello stato civile […] e di sostituzione al Sindaco, in caso di sua inerzia nell’esercizio di taluni compiti“, ai sensi del d.P.R. n. 396 del 2000.

In secondo luogo il Consiglio di Stato s’interroga sulla portata dei predetti poteri. Secondo il giudice amministrativo, tra gli stessi, non può non rimare incluso “il potere di annullare gli atti dello stato civile di cui il sindaco ha ordinato contra legem la trascrizione“, senza il quale, “il loro scopo evidente, agevolmente identificabile nell’attribuzione al Prefetto di tutti i poteri idonei ad assicurare la corretta gestione della funzione in questione, resterebbe vanificato. A ben vedere, infatti, se si negasse al Prefetto la potestà in questione, la sua posizione di sovraordinazione rispetto al Sindaco (allorchè agisce come ufficiale di governo), in quanto chiaramente funzionale a garantire l’osservanza delle direttive impartite dal Ministro dell’interno ai Sindaci e, in definitiva, ad impedire disfunzioni o irregolarità nell’amministrazione dei registri di stato civile, rimarrebbe inammissibilmente sprovvista di contenuti adeguati al raggiungimento di quel fine“.

Il potere del Prefetto di annullare gli atti dell’Ufficiale di stato civile, se ne desume, è fondato proprio nel d.P.R. n. 396 del 2000, sicché “non è necessario invocare l’art. 21-nonies della l. n. 241 del 1990” anche se “non si ravvisano ostacoli all’applicazione della predetta, generale disposizione alla fattispecie in esame, là dove attribuisce il potere di annullare d’ufficio un atto illegittimo non solo all’organo che lo ha emanato, ma anche ‘ad altro organo previsto dalla legge’“.

Del resto, anche se alcune disposizioni del predetto d.P.R. “paiono (a una prima lettura) devolvere in via esclusiva al giudice ordinario i poteri di cognizione e di correzione degli atti dello stato civile“, nondimeno “il relativo apparato regolatorio postula, per la sua applicazione, l’esistenza di atti astrattamente idonei a costituire o a modificare lo stato delle persone, tanto da imporre un controllo giurisdizionale sulla loro corretta formazione, con la conseguenza dell’estraneità al suo ambito applicativo di atti radicalmente inefficaci, quali le trascrizioni in parola, e, quindi, del tutto incapaci (per quanto qui rileva) di assegnare alle persone menzionate nell’atto lo stato giuridico di coniugato. L’esigenza del controllo giurisdizionale, infatti, si rivela del tutto recessiva (se non inesistente), a fronte di atti inidonei a costituire lo stato delle persone ivi contemplate, dovendosi, quindi, ricercare, per la loro correzione, soluzioni e meccanismi anche diversi dalla verifica giudiziaria“.

Il Consiglio di Stato, dunque, conviene con il giudice di primo grado sulla illegittimità della trascrizione del matrimonio celebrato all’estero da due persone dello stesso sesso. Tuttavia, diversamente da quest’ultimo, ritiene legittimo l’annullamento in autotutela della stessa trascrizione.

Rimane da comprendere la reale ampiezza del potere dell’amministrazione di annullare in autotutela la trascrizione di un atto di stato civile: tale potestà riguarderà solamente gli atti nulli (“radicalmente inefficaci“) o anche gli atti meramente annullabili (“astrattamente idonei a costituire o modificare lo stato delle persone“)? Ma sopratutto, esso riguarderà tutte o soltanto alcune delle trascrizioni di cui al d.P.R. n. 396 del 2000 (relative alla cittadinanza, agli atti di nascita, agli atti di modificazione del nome e del cognome ecc.)? Dalla risposta a tali domande dipenderà la dispensabilità delle garanzie giudiziarie, che pure storicamente sono state correlate all’esercizio dei poteri di cognizione e correzione degli atti di stato civile.

Flavio Valerio Virzì

04/11/2015

Scarica la sentenza

Licenza Creative Commons
Quest’opera di Irpa è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.