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Disposizioni regionali per maggiori distanze tra edifici: illegittime se non connesse a strumenti urbanistici

 

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La Corte costituzionale, con sentenza n. 178/2016, si è pronunciata sulla disciplina delle distanze tra costruzioni, indagando i margini entro cui la potestà legislativa regionale può esercitarsi.

Il Giudice delle leggi ha affermato che gli eventuali incrementi volumetrici consentiti dalla normativa regionale vigente “possono essere realizzati con la sopraelevazione dell’edificio originario anche in deroga ai distacchi dai confini e dai limiti di zona prescritti dagli strumenti urbanistici ed edilizi vigenti ed in deroga agli artt. 7, 8 e 9 del D.M. n. 1444 del 1968, nonché con ampliamento fuori sagoma dell’edificio originario“, a condizione che “siano comunque rispettate le distanze minime tra fabbricati di cui all’articolo 9 del medesimo decreto o quelle dagli edifici antistanti preesistenti, dai corrispondenti confini interni e limiti di zona, se inferiori“.

La pronuncia consente alla Corte non solo di richiamare la riconduzione di simili fattispecie alla materia dell'”ordinamento civile”, ma anche di tornare sul riparto di competenze nella materia del “governo del territorio”. La sentenza ribadisce, infatti, che “in tema di disciplina delle distanze fra costruzioni, il “punto di equilibrio” – tra gli ambiti di competenza, rispettivamente, “esclusiva”, dello Stato (in ragione dell’attinenza di detta disciplina alla materia «ordinamento civile») e, “concorrente”, della Regione, nella materia «governo del territorio» (per il profilo della insistenza dei fabbricati su territori che possono avere, rispetto ad altri, specifiche caratteristiche, anche naturali o storiche) – si rinviene nel principio, estraibile dall’ultimo comma dell’art. 9 del d.m. n. 1444 del 1968 (che questa Corte ha più volte ritenuto dotato di efficacia precettiva e inderogabile: sentenze n. 114 del 2012 e n. 232 del 2005; ordinanza n. 173 del 2011), per cui sono ammesse distanze inferiori a quelle stabilite dalla normativa statale, ma solo «nel caso di gruppi di edifici che formino oggetto di piani particolareggiati o lottizzazioni convenzionate con previsioni planovolumetriche».“.

Tale principio, prosegue la Corte, “sostanzialmente poi recepito dal legislatore statale con l’art. 30, comma 1, del decreto-legge 21 giugno 2013, n. 69 (Disposizioni urgenti per il rilancio dell’economia), convertito, con modificazioni, della legge 9 agosto 2013, n. 98, che ha inserito, dopo l’art. 2 del d.P.R. n. 380 del 2001, l’art. 2-bis, a norma del quale «Ferma restando la competenza statale in materia di ordinamento civile con riferimento al diritto di proprietà e alle connesse norme del codice civile e alle disposizioni integrative, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano possono prevedere, con proprie leggi e regolamenti, disposizioni derogatorie al decreto del Ministro dei lavori pubblici 2 aprile 1968, n. 1444, e possono dettare disposizioni sugli spazi da destinare agli insediamenti residenziali, a quelli produttivi, a quelli riservati alle attività collettive, al verde e ai parcheggi, nell’ambito della definizione o revisione di strumenti urbanistici comunque funzionali a un assetto complessivo e unitario o di specifiche aree territoriali»”.

Ne consegue che “la legislazione regionale che interviene sulle distanze, interferendo con l’ordinamento civile, è legittima solo in quanto persegua chiaramente finalità di carattere urbanistico, demandando l’operatività dei suoi precetti a «strumenti urbanistici funzionali ad un assetto complessivo ed unitario di determinate zone del territorio» (sentenza n. 232 del 2005). Diversamente, «le norme regionali che, disciplinando le distanze tra edifici, esulino, invece, da tali finalità, risultano invasive della materia «ordinamento civile», riservata alla competenza legislativa esclusiva dello Stato (sentenza n. 134 del 2014)“.

Dalla ricostruzione della Corte deriva l’illegittimità costituzionale della disposizione adottata dalla Regione Marche (art. 35, l.r. n. 33 del 2014), modificata nel senso di consentire “«interventi puntuali» o comunque non attinenti a complessivi strumenti urbanistici“, in contrasto, come anticipato, con quanto previsto dalla legislazione statale.

 

Bruno Carotti

 

 

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