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La Cedu torna a pronunciarsi su sanzioni amministrative e ne bis in idem

Tre cittadini greci vengono sottoposti a procedimento penale innanzi alle corti greche con l’accusa di contrabbando di vari beni, tra cui armi da caccia, carburante e veicoli di lusso. I giudizi penali si concludono con l’assoluzione piena dei tre imputati. Allo stesso tempo, e per gli stessi identici fatti, i medesimi soggetti vengono condannati al pagamento di sanzioni amministrative, avverso le quali presentano ricorso dinnanzi ai tribunali amministrativi greci; in tale sede, i ricorrenti censurano – nella sostanza – la mancata considerazione del proscioglimento intervenuto in sede penale.

Tra il 2011 e il 2012, la Corte Suprema Amministrativa conferma le ammende comminate. Con riferimento a due dei ricorrenti, la Corte greca osserva che le autorità amministrative non erano vincolate dall’assoluzione pronunciata dai tribunali penali, mentre, con riferimento al terzo cittadino, rileva che questi non aveva depositato la sentenza definitiva del giudizio penale nei termini prescritti dalla legge.

I tre cittadini greci propongono ricorso innanzi alla Corte Europea dei diritti dell’uomo per violazione dell’articolo 6, paragrafo 2, della CEDU, che stabilisce il principio della presunzione di innocenza, e dell’articolo 4 del Protocollo n. 7, che sancisce il principio del ne bis in idem.

Con sentenza del 30 aprile 2015, i giudici di Strasburgo hanno accolto i ricorsi dei tre cittadini greci, condannando la Grecia al pagamento di un risarcimento pari a circa 30.000 euro. In via preliminare, la Corte ha rilevato che le sanzioni amministrative oggetto del ricorso erano da considerarsi “penali” ai sensi della CEDU, in considerazione dell’elevato ammontare delle stesse, così dichiarando ammissibile l’azione proposta con riferimento all’articolo 4 del Protocollo n. 7 (norma applicabile alle sole fattispecie di rilievo penalistico).

Nel merito, la Corte Europea ha osservato che il principio del ne bis in idem consacrato all’interno della CEDU vieta una seconda incriminazione o un secondo processo per qualsiasi offesa che nasca da fatti sostanzialmente identici, quali, nel caso di specie, il medesimo comportamento relativo ai medesimi beni oggetto di contrabbando e per gli stessi periodi. Allo stesso tempo, la Corte Europea ha chiarito che il principio in esame non sarebbe stato violato qualora le due possibili forme di sanzione fossero state previste nel contesto di un unico procedimento giudiziario.

Giuseppe Sciascia

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